Il vaticinio della ninfa Porrina sulla venuta di Rita da Cascia.
Una profezia sulla cui autenticità si possono nutrire molti dubbi, ma che dimostra comunque la suggestione esercitata dalle sibille pagane sull’immaginario cattolico, è quella che una gentile tradizione umbra indica come precognizione pagana della nascita di Rita da Cascia, mistica e taumaturga tra le più venerate della cristianità. E la profezia
della sibilla Porrina, vissuta in un mitologico passato nella valle di Roccaporena, dove nacque sul finire del secolo XIV Rita Lotti, destinata a divenire la “santa degli impossibili” per gli straordinari miracoli che le vengono ancora oggi attribuiti, soprattutto in fatto di guarigioni.
Aleggia tuttora sulla valle in cui nacque santa Rita una sorta di indefinibile incantesimo, che una toponomastica inquietante rende ancora più misterioso. Vi si accede da due gole dette Passo Inferno e Passo Male. Sovrasta il minuscolo abitato di Roccaporena, in corrispondenza di quello ch’era l’orto miracoloso di Rita, dove fiorirono fichi e rose in pieno inverno, una maestosa caverna detta Grotta Nera, nella quale i devoti oggi vanno a chiedere grazie. La fronteggia sul versante contiguo la Grotta d’Oro, che si diceva fosse stata dimora della ninfa Porrina, una indovina esule in Umbria dall’Arcadia, donde era fuggita con la sorella Carmenta, anche lei dotata di poteri mantici, e con il figlio di quest’ultima Evandro, sovrano scacciato dal suo regno di lirici pastori.
Entrambe si erano cercate in Italia un sito adeguato al mistero che l’esercizio dell’arte profetica richiedeva: Carmenta si era insediata con il figlio sul monte Palatino, l’altra nella valle in cui sarebbe venuta al mondo qualche millennio dopo santa Rita.
A Porrina la voce popolare attribuiva una profezia, di cui però venne trascritto il testo soltanto negli anni Trenta di questo nostro secolo dallo storico casciano Adolfo Morini, che asserì di averlo letto su di un manoscritto in possesso di un vecchio contadino, il quale però non volle affidarglielo, consentendogli semplicemente di ricopiarlo a mano.
«Questa è la terra sacra indicatami dal mio dio», diceva la sibilla, e ne anticipava i futuri splendori «fino alle più lontane generazioni». Veniva poi la profezia vera e propria: «Correranno venti centinaia di anni dopo di me, e da queste balze rocciose luminerà una luce divina, ignota al mondo, cui curveranno il capo financo le fiere del bosco: e sarà la seconda. Appresso altre cinque, da queste pareti granitiche verrà alla luce una pietra preziosa, la margarita, che brillerà dopo altre cinque ancora. E sarà la più grande, e supererà le terre e i mari, perocché l’umiltà vincerà la vanità. Qui ancora accorreranno le genti tratte da ogni luogo a osannare il Dio eterno, e questa angusta e misera valle avrà nome eterno nel mondo».
Il senso del messaggio parrebbe corrispondere all’intenzione di stabilire una continuità tra il retaggio sacromagico del primordiale paganesimo italico, agli albori mitici della civiltà romana, e la nuova grande tradizione cristiana, nella quale Rita è coinvolta insieme ad altre «luci divine». Di tali presenze luminose l’Umbria è prodiga, ma tra tutte la margarita è la più splendente, dice la sibilla, ed è destinata a varcare con la sua fama mari e monti, richiamando pellegrini da ogni angolo di mondo.
Non si può essere certi dell’autenticità del manoscritto cui fa riferimento il Morini, ma è significativo che ne valuti la data intorno alla prima metà del Seicento (agli anni, cioè, del processo di beatificazione, che rappresentò di fatto il riconoscimento del culto ritiano, già popolare) per la qualità della carta, il carattere grafico e lo stile «ampolloso, eccessivamente prolisso
La mancanza del documento, andato smarrito dopo la morte del contadino, sempre che sia esistito, autorizza il sospetto che la “scoperta” potesse rientrare nella politica culturale del regime fascista, tendente a imporre ascendenze latine alle grandi tradizioni popolari. Ricercando anche parentele o filiazioni dirette, laddove possibile, tra i grandi santi cattolici e le deità romane
Scrisse d’altronde il Morini che il vecchio contadino aveva trovato il testo della profezia tra le carte ingiallite di un gentiluomo morto cinquant’anni prima. Il che sa di romanzo popolare, ingenuamente interpretato da perfetti archetipi — come il villano e il signore — di quell’Italia rurale e aristocratica che la retorica dell’epoca prediligeva. Giustificano ulteriormente ogni dubbio l’anno della pubblicazione (1933) e il carattere della rivista «Latina Gens», cui venne affidato lo scoop. Ma questo non toglie nulla all’effettivo spessore di quella devozione popolare che il vaticinio, tanto più se falso, esprimeva. Semmai dimostra il protrarsi in età moderna di quello che nell’antichità è stato un atteggiamento ricorrente del potere politico nei confronti dell’arte divinatoria: strumentalizzarne i responsi, o inventarli del tutto, a supporto dei propri disegni.

Corretto, bell'articolo, ottimi cenni storici, non fa una piega!
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