lunedì 15 febbraio 2010

cellena selvena


Cellena , una frazione del comune di Semproniano (GR) situata alle pendici del monte Amiata  conta appena 80 abitanti. 
È un piccolo pago  agricolo posto alle pendici dell'omonima ripa che con i suoi 881 m s.l.m. costituisce il rilievo principale del territorio comunale di Semproniano.Il pago attuale è piuttosto recente e sorto per effetto dello sfruttamento minerario della zona.
Il pago  è incastonato in un magnifico panorama: la vista spazia dalla valle del Fiora al monte Civitella, che sovrasta l’abitato di Selvena. Girando lo sguardo si risale l’alto corso del Fiora fino al monte Amiata e al monte Labbro. Dalla parte opposta il continuo del monte Civitella fino al Pitiglianese.
derivazione ufficiale del nome:
 intorno al X secolo su questi territori appartenenti all’abbazia amiatina di San Salvatore, furono erette delle Celle, piccoli centri religiosi e amministrativi. Anche Cellena probabilmente ebbe la sua Cella, e intorno a questa forse sorsero altre cellette minori, da qui il nome del paese. Si trova menzionata per la prima volta in un documento del 1144.


leggenda:

La leggenda narra che a Cellena esistesse un castello situato sulla sommità della ripa. Intorno ad esso si trovavano le abitazioni dei sudditi e della plebe. In una notte, nella sala principale del castello, si festeggiava il fidanzamento della giovane castellana cellenese con il conte di Calegiano (attuale Calizzano). Erano intervenuti anche i castellani di Selvena (Rocca Silvana).
Nel mezzo della festa un improvviso e funesto terremoto squassò la ripa, aprendo una grandiosa frana: il castello, le case e tutte le persone furono inghiottite dalla voragine. Ancora oggi la ripa mostra la sua enorme ferita, sferzata dal vento come in quella notte fatale.
A tutt'oggi i resti del castello non sono stati trovati, ma negli anni sessanta, quando era in funzione la cava, ogni tanto venivano alla luce materiali in terracotta, teschi umani e ossa.
Il nome Cellena non potrebbe essere di derivazione etrusca? A parte l'assonanza di tutte le parole che finiscono in -ena/enna ma anche in etrusco la parola "Cela" (Kela) significa cella, i territori amiatini sono stati abitati da tempi remotissimi e da tempi remotissimi sono stati sfruttati i giacimenti minerari. Che la parola Cela, non indichi invece le celle estrattive del minerale? Kela,come le chele dello Scorpione che insidiando tutto ciò che scricchiola, che è nascosto, distruggendo penetrano,scoprono nuovi livelli ... Da notare che vicino c'è il paese di Selvena, immerso ancora oggi nelle foreste amiatine il cui nome richiama l'etrusco "Selvans" il dio delle foreste.

domenica 14 febbraio 2010

respiro profondo


Penso che la parte più difficile di essere coraggiosi è l'inizio .
Il primo passo di un cammino difficile.
Il 'salto', piuttosto che l'atterraggio.

tornano a chiedere


Ospiti congedati,
Tornano insistenti.
Bussano alla porta
chiedono cos'hanno lasciato.

legge Ermetica



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Quasi sempre sono giudicata
 per quello che dico e penso ,
spiega Tane Haprini   a Larth Clisna Sepu.
Quasi mai per quello
che sono e che faccio.


15


Se aumenti la distanza dal sole
Diminuisce la distanza dalle stelle,
gli risponde Clisna

16


Non è l’evento che cambia il mondo
- prosegue il Lucumone –
Ma lo stato di coscienza più profondo

17


Fa ciò che vuoi
Conclude Sepu..
E’ tutta la legge.

canto vagante


Strano, vagare nella nebbia !
E' solo ogni cespuglio ed ogni pietra,
ne gli alberi si scorgono tra loro.
Ognuno è solo.

sabato 13 febbraio 2010

chiedo a Selvans Nardune -


Che cos'è un Archetipo?
- chiedo a Selvans Nardune -
Ciò che ieri eravamo
 è diventato l'alieno di oggi.
mi risponde lo spettro etrusco
svanendo

venerdì 12 febbraio 2010

velata mente


Quello che vedo mi acceca.
Quel che sento mi assorda.
 Ciò che so mi rende ignorante.
 Io ignoro in quanto e per quanto io so.
 Togliete tutto affinché ci possa vedere!

ancora



12
Per qualcuno conta quanto sia trascendente
Per qualcuno conta quanto sia reale.
 Apne lo conosce ma vuole risentirlo.
Apne  lo conosce ma vuole rivederlo.

mi spiega Larth Haustne Welthure -


Nulla è mai veramente perduto,
o può essere perduto
- mi spiega Larth Haustne  Welthure -
nessuna nascita, forma, identità
nessun oggetto del mondo,
né vita, né forza, né alcuna cosa visibile;
l'apparenza non deve ingannare,
né l'ambito mutato confonderti il cervello.
Vasti sono il tempo e lo spazio
vasti i campi della Natura.
- continua Welthure .
Il corpo lento, invecchiato, freddo
le ceneri rimaste dai fuochi di un tempo,
la luce degli occhi divenuta tenue,
tornerà puntualmente a risplendere;
il sole ora basso a occidente
sorge costante per mattini e meriggi;
alle zolle gelate sempre ritorna
la legge invisibile della primavera,
con l'erba e i fiori
e i frutti estivi
e il grano.

senza


La morte
 è la curva della strada.
Morire è solo non essere visto.

giovedì 11 febbraio 2010

incondizionata mente


Come le stelle,
 un difetto della vista,
 come lampada,
Un finto spettacolo,
 gocce di rugiada,
 o una bolla,
Un sogno,
 un lampo balenante,
o una nuvola.

canto informale


11
fiamma di una candela
anello di fumo
corteo di nubi

Laris Hapsnei comferma


La tradizione, Principe,
 non è il culto delle ceneri
- mi conferma Laris Hapsnei -
 ma la trasmissione del fuoco.

Libri Di Lino


"l'unità psichica della persona
attraversa
lo srotolare del tempo"
(Wasco)

Nell'antichità del nostro tempo,intesa come successione e integrazione  perpetua  di spazio,  la scrittura conserva per lungo tempo un carattere magico-religioso, divenendo una sorta di intermediaria dei voleri divini di cui i sacerdoti sono  interpreti. Attributo specifico di alcune divinità particolari del pantheon etrusco è il rotolo di carta-pecora, di tela o di papiro, sul quale viene scritto il destino dell'individuo o della sua famiglia. Un "volumen" che contiene l'intera biografia e che viene srotolato o letto da Vanth, dea infera, o da Lasa,  genio femminile che presiede al destino degli uomini e delle famiglie eminenti. Invece il "dittico", utilizzato nella vita quotidiana per testi brevi, è il supporto sul quale profeti e indovini, in diretto contatto con la divinità, trascrivono  gli oracoli sostituendo così i materiali più antichi e precari, come le foglie sulle quali la Sibilla di Cuma suole scrivere i suoi responsi.
 
MUMMIA DI ZAGABRIA

Anche se il papiro, importato dall'Egitto, si diffuse forse precocemente in Italia tramite il commercio degli Ioni, che alla fine del VII secolo a.C. avevano fondato una colonia commerciale a Naucrati sul delta del Nilo, dobbiamo presumere che per testi più lunghi i tessuti di lino, coltivato diffusamente, ebbero maggior successo. I libri di lino contengono  rituali sacri, come ricorda Livio a proposito degli archivi templari di Roma, di Aquilonia nel Sannio, di Anagni nel paese degli Ernici, ma anche liste di magistrati, come nel tempio di Giunone Moneta, sempre a Roma.
I Libri Sibillini ( raccolta di responsi oracolari scritti in lingua greca e conservati nel tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio) che  il Re Lucumone  Tarquinio ha  acquistato da una vecchia donna e che vengono  consultati in occasioni specifiche, erano di lino.
L'unico libro di questo tipo giunto fino a noi è appartenuto  all'Aruspice Wauxer   e fu trovato casualmente quando, verso la prima metà del XIX secolo il nobile croato Mihail de Brariae portò in patria una mummia da un suo viaggio in Egitto, comprata da mercanti del luogo trafugatori di tombe secolari. Nel 1892 l'egittologo Brugsch nell'andare ad esaminare la mummia si accorse che le bende di lino che l'avvolgevano non erano altro che un antico testo etrusco riutilizzato dagli imbalsamatori egizi forse per carenza di materiale. Rimase stupito nel verificare che il testo comprendeva tante parole da rappresentare il più lungo testo etrusco fino ad allora ritrovato. Restituire l'integrità al testo, che fu tagliato in bende per avvolgere la mummia, non fu semplice. Il libro ha una trama fitta e i due inchiostri che furono usati, nero per il testo, rosso per una sorta di "impaginazione", non vennero bene assorbiti, forse perché il tessuto aveva subito un trattamento specifico.
Il libro è costituito da colonne che contengono 34 righe di scrittura per un totale di 230 righe, larghe circa 24 cm., e di circa 1350 parole in totale che naturalmente non sono tutte traducibili, per i danni provocati dall'usura del tempo, dall'utilizzo improprio e anche perchè alcuni termini risultano completamente sconosciuti agli esperti ancora oggi. E' inquadrato da una doppia linea rossa che, secondo una recente interpretazione, doveva corrispondere alle piegature del libro. Esso si presentava dunque con pagine disposte l'una sull'altra, che venivano "sfogliate" a fisarmonica da destra verso sinistra, secondo la direzione della scrittura. Il contenuto del libro si riferisce ad un calendario rituale che specificava le cerimonie da compiere in giorni prestabiliti in onore di varie divinità. Le prescrizioni di carattere religioso sono tipiche dell'area tra Perugia, Cortona,Castiglio Fiorentino  ed il Lago Trasimeno. Il riutilizzo di questo antico testo etrusco come semplice bendaggio di una mummia egizia testimonia comunque l'esistenza di rapporti sociali che intercorrevano tra queste due antiche civiltà. Per disposizioni testamentarie, il "libro linteo" venne donato dal nobile Mihail de Brariae al Museo di Zagabria, dove è conservato dal 1862.
Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio codex, redatto da uno scrivano attento alla regolarità orizzontale delle righe, agli spazi, ai paragrafi, alle sottolineature in rosso. La tarda epoca del testo, copiato intorno agli inizi del II secolo a.C., indica che nell'ambiente sacerdotale si era conservata, per libri di contenuto liturgico, una tradizione più antica, che resisteva all'uso ormai dilagante dei libri scritti su papiro.
Di questa tradizione, che in tempi precedenti aveva permesso a sacerdoti e magistrati di redigere interi libri in cui si condensava il sapere scientifico-religioso o la storia locale, si hanno documenti solo indiretti. In alcuni monumenti sepolcrali etruschi del IV secolo a.C., accanto al defunto è rappresentato un drappo ripiegato che deve essere identificato come un libro di lino: esso raffigura uno degli strumenti per eccellenza che il titolare del sepolcro, magistrato o aruspice, aveva utilizzato nella sua vita oppure un libro vero e proprio che egli aveva scritto.
E probabile che, accanto ai libri scritti, esistessero in quest'epoca anche i libri illustrati. A differenza di quanto accadeva nel mondo greco, dove questa tradizione, a partire dal IV secolo a.C., interessava la letteratura scientifica e quella poetica, c'è da presumere che in Italia, prima del pieno ellenismo, essa fosse utilizzata per commentare a scopo didattico i libri degli auguri o anche quei libri acherontici che, in Etruria , narravano del destino degli uomini dopo la morte.

segreti segreti


Riflesso nello schermo
il  viso rovesciato.
Un viso simile a un fiore.
Come se stesse svelando segreti.

Larthia Sparne indecisa


Indecisa  Larthia Sparne.  Indecisa mentre lo sguardo apprende a vedere, l’intelligenza a cogliere il nucleo delle cose, il cuore a sopportare le cose tollerabili e quelle intollerabili.

mercoledì 10 febbraio 2010

città eterna Etrusca


Il sole splendeva luminoso sulla città eterna. No, non è Roma, che ha la maggior parte dei suoi edifici in rovina. Questa è la città eterna Etrusca , costruita dai suoi cittadini, perché non avevano altro posto dove andare, perché erano  stati esiliati.  E ' una città fatta né di pietra, né di acciaio, ma delle leghe di titanio di qualità superiore. E' una città che non sarebbe stata erosa da quel vecchio nemico di tutte le cose in questo mondo, che noi conosciamo come Padre Tempo. E ' una città con un tasso di criminalità pari a zero. I suoi abitanti hanno una forma di democrazia diretta senza paragoni altrove su questo pianeta. E ' una città di robot intelligenti .


Io uso le parole 'Il sole splendeva', perché adesso non c'è il sole. Quelli umani sanguinosi hanno finalmente blanked it out. L'offensiva è che accada oggi. Quelli poveri ignari esseri umani non hanno alcuna idea degli orrori in serbo per loro. Per anni, sono stati esaminati, ho studiato minuziosamente, i loro punti deboli, osservato. Le povere anime non hanno  alcuna possibilità. Oggi è il giorno quando due mondi si scontrano ...

Ramtha Chairei vagante


Ramtha Chairei vagante, nella casa, come cercando il sentiero misterioso che la dovrebbe condurre  ad incontrare qualcuno: o forse una solitudine soltanto, priva d’ogni pieta' e d’ogni imagine. Dalla cucina senza piu' fuoco alle stanze, senza piu' voci: occupate da poche mosche. E intorno alla casa vede ancora la campagna, il sole.

Laris Frislie


La fiducia in te è l'ignoranza di me '
- tuona Laris Frislie.
 Se arroganti vi sentite,
è perché c'è
qualcosa che io non so.

mostra Laris Frislie -


Lo Specchio dei Tempi Moderni
mostra Laris Frislie -- è profondo, oscuro e
disponibile in tutte le forme e le forme
 non seguono le Norme o regole.
A volte un amico è
Che è solo un modo di dire 'onesto'
A volte è il Mentore
Che ti mette sù un test.
Alto, magro, grasso e grosso
Forse un Corno occasionale o Muso
uno volte sei il diavolo
un onnipotente incarnato a volte.......
a volte la bellezza incantata
talvolta un impietosa Calvizie.

martedì 9 febbraio 2010

su Venere uragano



Su Venere
cammineremo insieme
Una sera in una qualche
altra nostra vita
Il buio si alternerà alla luce
Ma nel tempo non ci sarà
 dietro davanti
Senza peso ogni passo audace
Dentro al caos in un infinito fluido
Voliamo
Intorno intorno pianeti
 sconosciuti scorrono
Le stelle brillano e spargono
 dorata polvere di stelle
Senza peso il corpo è spirito
Senza materia nella patria lontana
Voliamo
Per il futuro ci diamo
 appuntamento questa sera
Ci ritroveremo
nel paese della mente.

terapia olistica


Prendere il treno", ha detto L'Aruspice Vulca. "Chi ha preso il treno è stato guarito."
"Sì, beh, sai ... mi piace questo dolore. Mi fa sentire vivo."
"Conosco le vostre tendenze masochiste. Ma la tua non è come un sanguinamento e arrivi a leccarti le ferite e bere il tuo sangue, sai. Questo è il dolore muscolare. Stai invecchiando,sei rigido e si deve agire alla vostra età. Basta con questa esercizio."
"Bah! Nel mio cuore sono sempre 16 anni , e lo sai. Fintanto che la mente è giovane, il corpo deve  obbedire. Basta sentire vecchio me stesso e di sentire  ventilazione fuori di me."
"Bene, qualunque cosa tu dica. Ma per ora, occorre solo andare a bordo del treno maledetto. Stò diventando sempre più annoiato qui, mentre mi trovano a letto senza far nulla.""Che cosa è questo treno? Non mi voglio spostare di un millimetro."
"Oh, ma è necessario, lo sai. Devi muoverti. Vieni, ti aiuto. La fermata più vicina è molto vicino, la stazione di Aah".
"Bene, mi sposterò, mi sposterò. E dove posso scendere?"
"Alla stazione di Aaha. Hanno una curvatura spazio-tempo, che ci porterà di nuovo qui".
"Oh bello . Allora, qual è questo treno chiamato?"
"Film . Aaha . Guarigione istantanea".

Selva Cimina


Nell’età AUGUSTEA, Tito Livio (IX,36-39), il grande storico romano, riferendo gli allenamenti del 310 a.C. così la descrive:”Era in quel tempo la selva Cimino più impraticabile e spaventosa (invia atque orrenda) di quanto non lo siano oggi le foreste della Germania e nessuno fino allora vi era penetrato, neppure i mercanti, né ardiva qualcuno entrarvi”


Da quando,
“…sopra le congiunte ville
cal superato Cimino a gran passi
calò gradivo poi, piantando i segni
fieri di roma…”
(G.Carducci:Alle fonti del Clintumno)

la selva, costituita da castagni, querce, e più in alto da faggi, è andata progressivamente riducendosi sino ad essere limitata, attualmente, alle alture ed ai colli più prossimi al Cimino. La sua distruzione è antica; basti dire che molte navi della flotta romana della prima uerra punica vennero costruite con il legno dei boschi cimini.

La selva cimino conserva anche sparse tracce della presenza dell’uomo preistorico (armi litiche al Museo Pigorini in Roma) e specialmente dell’uomo appenninico (Età del Bronzo) che quassù portava le sue mandrie secondo l’andamento stagionale.
Questa, che poteva essere fino a qualche anno fa un’ipotesi, è stata confermata dal ritrovamento e dallo studio proprio sulla vetta del vulcanico Monte Cimino (altezza 1053 m) di un insediamento – un castelliere – dell’età del bronzo con tutto un recinto artificiale – per altro già segnalato nel 1894 – formato da pietre vulcaniche con un terrapieno di piccole scaglie e detriti. Inoltre le ricerche e gli studi compiuti in questi ultimi decenni – in particolare dopo la scoperta del santuario delle acque in località Arcella nel comune di Canapina e la dedica alla dea Salute e alla Bona Dea  – stanno delineando una diversa visione e concezione del massiccio cimino e dell’immediato perimetro submontano.
“…il grande comprensorio montano del Cimino, ammantato nell’antichità dalla celeberrima silva di liviana memoria, dagli alberi secolarie dal sottobosco impenetrabile, comincia ad apparirci sotto una luce nuova.
Quella che ricompare è un’immensa area sacra, una res divini iuris, un territorio appartenente a nessuno dei centri circumvicini raramente impiantati al di sopra della quota-tabù dei 300 m.circa s.l.m. donde pare che iniziasse l’area degli antichi religiosa loca…” (Livio Gasperini)
E ancora: “…il Mons Ciminius con le sue foreste e le sue sorgenti appare come un luogo consacrato a varie divinità protettrici dei boschi e delle acque” (M.A. De Lucia Brolli)
È in questa ottica unificante che meglio si possono comprendere i resti antichi quali l’accennato tempio a Giove Cimino, il santuario della Bona Dea all’Arcella, il culto dei Lari Semitales, i resti della Selva di Malano, e non ultima la localià di S.Maria in Luco nel territorio di Soriano che nel nome tradisce il culto ad una divinità pagana femminile continuato nella sfera del sacro cristiano.
Un’ultima notizia;in alto laddove termina l’attuale strada che adduce alla Faggeta, poco distante dalla vetta del Cimino, vi è una rarità naturale: il sasso menicante o detto naticarello. Si tratta di un enorme macigno dalla forma pressoché ovoidale di peperino del peso stimato di 250 tonnellate che poggia la sua limitata base su una piattaforma rocciosa sì che facendo leva con un modesto palo oscilla vistosamente. Esso era già conosciuto fin dall’antichità; Plinio il Vecchio lo definisce naturae miraculum, Gallo terrestre navigium, e Marrone totius mundi portentum.

mi confida Hirumna Palpnei .



 amo due donne - mi confida  Hirumna Paipnei .
Una creata dalla mia immaginazione,
L'altra deve ancora nascere.

sostanza etrusca

In ogni cosa Principe arriva sino alla sostanza. Nel lavoro, cercando la tua strada, nel tumulto del cuore. Sino all'essenza dei giorni passati, Sino alla loro ragione, sino ai motivi, sino alle radici, sino al midollo. Eternamente aggrappandoti al filo dei destini, degli avvenimenti, Sentire, amare, vivere, pensare, effettuare scoperte.

lunedì 8 febbraio 2010

Lucumone Hartne


Per non essere straziato martire del Tempo, Principe,
ubriacati senza posa!
Di vino, di poesia o di virtù: come ti pare.

a Volsinii

 
“....Vedi ? l’uovo è il principio di ogni cosa: è l’emblema della nascita e del ritorno; è il simbolo dell’immortalità...”  mi dice Hurtne,  il vecchio Lucumone di Volsinii durante il banchetto degli dèi

evanescente


Ci sono esseri  che nascono impegnati, non hanno scelta, sono stati gettati su una via, in fondo ad una via c’è un atto che li aspetta, il loro atto- continua svanendo il larth…Io non peso più di un filo e vivo d’aria.

domenica 7 febbraio 2010

Ancsta Conelei


poiché il linguaggio è,per ora,
l’evento conclusivo,
- mi sprona Ancsta Conelei –
raggiungerai il massimo
 livello di comunicazione
con un linguaggio
 ignoto alla società

chiede a Runi Hubardia -


Chi è Dio Che cosa non è Dio?
- Chiede Katliu di  Phupluna a Runi  Hubardia --
La Primavera arriva dopo l'inverno
Gli risponde il Larth.

Dalla Torre,


Nella Torre, di Bubbluns l'Augure Pavle mischiava Sedici una volta di sabbia bianca e 480 Gocce di Oceano, formule antiche salmodiando.
Fuori l'estate si chinava pigramente uno Raccogliere Soffi di Sole dall'Aria, per donarli all'autunno.
Scendeva   la sera, 'Augure Stanco non era ancora, Il suo lavoro avrebbe dato buoni frutti e ricompense divine.
Un qualcosa Mezzanotte udi , farsi strada da fuori, portata dal vento, entrare Dalla Piccola Feritoia vicino al soffitto, e posarsi fra gli alambicchi e i vecchi testi di Magia Bianca.
Era una voce. Una Voce dai riflessi d'Argento.
L'Augure la raccolse nel palmo delle mani, e facendo attenzione non si scheggiasse, la poggio delicatamente al centro del tavolo di mogano sul quale lavorava, in mezzo alla stanza più alta delle Torre.
Sedici volte ripete il rituale, pronunciando 480 parole arcane. Una Luce si sprigionò dalla Voce, Che Rispose con Armonia di Smeraldo. Pavle sorrise.
Prese la Voce e la infilò Nella cura con Sacca di seta intessuta con fili dorati. Quindi, per la prima volta da anni,dalla Torre usci.
Era lunga la strada per Tarqna, ma quando fosse arrivato, avrebbe fatto dono al Lucumone  di quella  Voce.

sostiene amunde knioia


Se ti trovi a passare  attraverso lo specchio, dove le verità del mondo che conoscevi e amavi non si applicano più, c'è solo una cosa da fare - sostiene Amunde Knioia -  girare intorno, e rompere lo specchio sanguinoso.

sabato 6 febbraio 2010

rimugina Amunde-


Semplicità significa sottrarre l’ovvio
e aggiungere il significativo.
Sarà davvero così ? - rimugina Amunde-

oltre mare


Vel  fissava il punto in cui doveva trovarsi Thane , laggiù, oltre l’orizzonte. Nel mezzo del mare di fronte a Bubbluns era difficile avere riferimenti precisi, senza strumenti, ma le sue facoltà mentali gli rimandavano eco di urla, lamenti, agitazione, tutte concentrate in quel punto. Cercava di non pensare emozionalmente, di elaborare solo i dati, per non impazzire. Aveva perso il contatto con Thane  da un paio d’ore ormai, e disperava la sua amica fosse ancora viva. Non sapeva cosa fare, se dirigere la barca verso la costa, cercare di contattare Hintial , attendere lì, sperando succedesse qualcosa. La domanda muta che ogni tanto affiorava sulle sue labbra, veniva ricacciata a forza nei meandri del cervello.

- La stai cercando con questa... - una voce, dietro di lui. Vel  si voltò, fissando la figura alta ed elegante, oltre il bordo della barca, che rimaneva in piedi sul mare , quasi sospesa sopra la superficie dell’acqua. L’uomo, di un’età imprecisata, ma non più giovanissimo, si batteva l’indice contro la tempia - Dovresti cercarla con questo - concluse, poggiando la mano sul cuore.

Vel  non chiese nulla. Da quando conosceva l’Ondina si era abituato a strani eventi, e ancor più strane apparizioni. Sentiva solo che di quell’uomo poteva fidarsi.

La figura alta e potente si avvicinò, camminando sull’acqua, poi si sollevò lentamente, e con una leggerezza innaturale, si posò sul ponte della barca, di fronte a lui. Gli poggiò la mano sul petto e disse:

- Lei è viva, e ha bisogno di tutto l’aiuto possibile. Chiamala. Svegliala.

- Si, ma... poi? Cosa posso fare poi? Lei è laggiù, tremila metri sotto il mare . Io...

- A questo - lo interruppe l’uomo - ci ha già pensato Qualcun altro. Chiamala, Vel , svegliala. Al resto provvederanno i rinforzi, che stanno già arrivando.

Vel sollevò la testa, guardando a est un punto del cielo, dove le nuvole iniziavano a diradarsi, e la luce del sole filtrava, rifratta in mille raggi brillanti, e sorrise.

Castro,Cartagine Etrusca Statonia


A circa metà strada tra Pitigliano (GR) e Farnese (VT), sull’omonima provinciale, c’è il bivio per Manciano (sulla destra se si proviene da Pitigliano, sulla sinistra se invece proveniamo da Farnese). Dopo poche centinaia di metri giriamo a sinistra per una strada poderale seguendo le indicazioni del Santuario del SS Crocifisso. Arriviamo nel parcheggio del luogo sacro e ci accorgiamo già da lì che ci stiamo trovando in un posto dove la vita è scorsa ininterrotta per migliaia di anni.

Ci accoglie, proprio davanti al santuario, l’etrusca “Ara del Tufo”, un sepolcro del VI secolo a.C. con tre camere funerarie avente le caratteristiche di un altare, ornato da cornici di nenfro e di tufo che terminano agli angoli con protomi di leone e di ariete che per imponenza non doveva essere da meno della più famosa Tomba Ildebranda di Sovana. Proseguendo per una stradina scavata nel tufo raggiungiamo la vicina necropoli dove, tra varie tombe anonime spicca la Tomba della Biga, in cui un potente personaggio del luogo, era stato deposto insieme al suo carro da guerra in quercia con le sponde in bronzo finemente decorate con figure di giovinetti nudi e ai suoi due cavalli (attualmente la biga si trova al Palazzo Albornoz di Viterbo). L’ipogeo, dotato di dromos, ha una lunghezza frontale di circa sette metri e consta di tre porte, una delle quali è finta ed ha solo la funzione di mantenere la simmetria. Tornando verso il santuario ci si addentra in un sentiero ben delimitato percorrendo il quale ci si va a trovare nel luogo, dove fino al 20 settembre 1649, si trovava la capitale del ducato farnesiano: Castro.
 Fa impressione pensare che lì esisteva sino a quella data una cittadina rinascimentale (seppur impiantata su un sito che fu villanoviano, poi etrusco e poi ancora romano) completamente rasa al suolo dalla cattiveria degli uomini. Fu Papa Innocenzo X a ordinarne la cancellazione dalla faccia della terra a seguito dell’odio mortale che legava il papato con la casa Farnese. Vedendo le poche rovine che emergono dal bosco sembra in realtà di essere in una città di qualche millennio fa, etrusca o romana, i cui sassi emergono oltre il lavorio incessante del tempo, delle intemperie e della natura. In realtà laggiù, l’opera più grossa di distruzione la fece l’uomo. Oltre ai sassi, ai pozzi, alle cantine, ai resti di quello che doveva essere un Duomo monumentale, la Piazza Maggiore lastricata a lisca di pesce, a ciò che rimane degli affreschi della Chiesa di Santa Maria, dei quattro sassi del Palazzo Ducale, dei torrioni distrutti, del Palazzo dell’Hostaria su disegno del Sangallo, della zecca, purtroppo possiamo avere la dimensione della catastrofica faida anche da qualche resto umano che appare alla vista dopo recenti scavi. Le truppe papaline impiegarono sino al 3 dicembre 1649 per compiere lo scempio. Il motivo di tutto? Cerca di spiegarcelo Alfio Cavoli nel suo libricino “Castro la Cartagine della Maremma”, Cartagine perché Papa Innocenzo X decise per lei lo stesso destino che nel 146 a.C subì la città fenicia ad opera di Publio Cornelio Scipione.
Un omicidio alla base di tutto o forse anche molto di più: le numerose croci templari che risaltano ancora incuranti del tempo e della distruzione, sugli affreschi di quella che fu la Chiesa più antica di Castro, quella di Santa Maria, forse nascondono la volontà di distruggere un caposaldo di coloro che da servitori del papato, ad un certo punto della storia, furono bollati da eretici e perseguitati dall’inquisizione.
Suggestiva anche l’ipotesi che sotto le rovine di Castro, dorma l’etrusca Statonia...

canto dissolvente

guarda leggi accogli ascolta
tutte le parole di carta
quella paura dissolta

Hirumne Perthuna


Che confusione tra la memoria e il sogno
- mi lamento con Hirumne Perthune -
E'  l'avaria di una frase
nascosta nel bisogno di non sapere
- mi risponde L'etrusco .