domenica 20 settembre 2009
il destino di Roma è segnato
Almeno questo è ciò che sostengono alcuni tra i più conosciuti profeti del passato, secondo i quali proprio nella "città eterna" avrà inizio il conflitto finale tra le forze del bene e le armate sanguinarie di Satana. Un conflitto che si protrarrà a lungo e che si risolverà soltanto quando di Roma non resteranno che macerie.Diverse profezie affermano che Roma sarà distrutta. Una famosa predizione attribuita al venerabile Beda assicura: "Finché rimarrà in piedi il Colosseo anche Roma durerà. Quando il Colosseo cadrà anche Roma cadrà e quando Roma cadrà il mondo finirà".Identico vaticinio sulla fine di Roma era stato divulgato da Tertulliano. I messaggi della Vergine a La Salette e a Fatima avvertono che delle grandi disgrazie travolgeranno Roma. Nell’anno 1846 nel messaggio di La Salette, località delle alpi francesi vicino a Grenoble, la "bella Signora" ai bambini Massimino e Melania intenti a pascolare le pecore, tra l’altro, dirà: "…Roma sparirà e il fuoco cadrà dal cielo e distruggerà tre città. Tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi; non si sentirà che rumori di armi e bestemmie. I giusti soffriranno molto. (…) Roma perderà la fede e diventerà il seggio dell’Anticristo. I demoni dell’aria, con l’Anticristo, faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell’aria e gli uomini si pervertiranno sempre di più…"
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LA PROFEZIA DI FATIMA
La Madonna si rivelerà 71 anni dopo ai piccoli pastorelli Lucia dos Santos, Franco e Giacinta Marto e affiderà loro dei messaggi profetici.I primi due, tra l’altro, riguardano l’annuncio che la prima guerra mondiale sta per finire, ma che ne scoppierà un’altra, "durante il regno del prossimo pontefice (Pio XI, 1922-1939 nda)". Il 31 agosto 1941, ventiquattro anni dopo i fatti di Fatima, la stessa Lucia parlò, per la prima volta, del messaggio ricevuto dalla Madonna e disse che esso era diviso in tre parti; nel cosiddetto "terzo Memoriale" di Suor Lucia è, appunto, scritto: "Il Segreto comprende tre cose distinte ed io ne svelerò due".La parte non divulgata del messaggio, detta anche terzo segreto di Fatima, o quello che si ritiene tale, fu pubblicato a firma di L. Heinrich da un giornale di Stoccarda, il Neues Europa, il 15 ottobre 1963, e parla anch’esso di gravi castighi contro la città eterna."(…) Anche per la Chiesa, verrà il tempo per le sue più grandi prove. Cardinali, si opporranno a Cardinali; Vescovi a Vescovi. Satana marcerà in mezzo alle loro file, e a Roma vi saranno cambiamenti.Ciò che è putrido cadrà e ciò che cadrà, più non si alzerà. La Chiesa sarà offuscata, e il mondo sconvolto dal terrore…".Molti sensitivi hanno predetto la fine di Roma. Il sensitivo F. Blanchard, nel 1886, raccontò che aveva avuto una spaventosa visione, molto realistica che lo aveva lasciato per lungo tempo sconvolto. Ecco cosa disse di aver visto: "Al posto della fontana, nella piazza di Roma, dove si scorge la Basilica di San Pietro, c’era un’enorme tinozza di sangue e qui andava la gente per tingere i drappi, che poi esponeva lungo le strade… I drappi rossi gocciolavano sangue…".A suor Imelda, nel 1872, apparve Roma distrutta e "coperta di macerie". Nostradamus predisse inauditi flagelli che si dovrebbero abbattere su Roma.T. Mann ci informa che: "Secondo un commentatore, P. Innocent Rissault, intorno al 1980 sarebbe iniziata l’egemonia dell’Anticristo. Con lo scisma finale della Chiesa Cattolica Romana e la distruzione di Roma nell’anno 2000…".Renzo Baschera, attento studioso di profezie, fa notare che un gran numero di veggenti "vedono sorgere in Roma un vulcano, dal quale verrà vomitata lava e fuoco, mentre la terra si contorce…".
IL REGNO DEL TERRORE
Il Monaco di Padova, vissuto nel XVIII secolo, ripete nelle sue profezie quelle dell’eremita Teolosforo (1300). Egli, tra l’altro, predisse la distruzione di Roma nel 2013.Nella seconda metà del secolo scorso, Giovanna Le Royer, che visse nel monastero di Fougères, annunciò il segno che avrebbe indicato che la catastrofe era vicina: "…quando si abbandonerà nella Chiesa la lingua della catacombe (si riferisce al latino, nda) Satana sarà prossimo a ingaggiare una tremenda lotta, perché sarà questo il tempo in cui il suo diletto figliolo starà per giungere sulla terra". Frate Bartolomeo di Salluzzo predisse: "…Firenze bella e Napoli gentile, ch’ognun di voi divenuta è un porcile, con l’empia, sporca Roma, tutte e tre sarete dome e porterete una gran soma".San Giovanni Bosco (1815-1888), fondatore dei salesiani e insigne taumaturgo, era dotato di grandi poteri paranormali, e fu frequentemente illuminato da sogni profetici puntualmente avveratisi come, tanto per fare due esempi, quella relativa alla conciliazione tra l’Italia e la Santa Sede e quella che descrisse le varie fasi in cui poi si svolse effettivamente il Concilio Vaticano I.In una delle sue tante visioni profetiche vide le afflizioni che avrebbero sconvolto Roma e ne informò papa Pio IX: "E di te, O Roma, che sarà? Roma ingrata, Roma effeminata; Roma superba. (…) Roma! Io verrò a te quattro volte. Nella prima percuoterò le tue terre e i suoi abitanti (potrebbe essere la Prima guerra mondiale, 1915-1918, nda). Nella seconda porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura (si riferisce alla Seconda guerra mondiale?). Non apri ancora l’occhio? Verrò la terza volta, abbatterò le difese e i difensori ed al comando del Santo Padre subentrerà il regno del terrore, dello spavento, della desolazione. Ma i miei savi fuggono. La mia legge è tuttora calpestata. Perciò farò la quarta visita. Guai a te se la mia legge sarà ancora un nome vano per te. Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti. Il tuo sangue ed il sangue dei tuoi figli laveranno le macchie che tu fai alla legge di Dio.Scrive ancora Baschera: "Roma, come Parigi, sarà distrutta. Su questo punto concordano decine di profezie. La distruzione non sarà però subitanea, immediata. Ci saranno ‘dei segni’. In questo messaggio si dice difatti: ‘Io verrò quattro volte a te’. Il primo ‘segno’ sarà dato probabilmente dal terremoto (ma si tratterà di una serie di mini-sismi, che ‘gireranno per i colli romani, come caproni imbizzarriti’)…".Santa Brigida vide: "Maometto ritornare a Roma, portando una lunga spada e seminando ovunque la discordia…".La monaca di Dresda scrisse di uno spaventoso e sibillino sogno profetico che aveva fatto su Roma: "Da poco mi ero addormentata quando una mano mi prese e mi sollevò. Mi trovai come su un poggio e ai miei piedi c’era la città benedetta, ma di questa riuscivo a distinguere solo il Colosseo… ho visto uscire una processione di vescovi e di cardinali che, al posto di pregare, litigavano fra di loro. ‘Riportano la Chiesa a Gerusalemme’, diceva qualcuno. E qualcun altro: ‘Hanno stipulato un patto con Satana’. Quando riaprii gli occhi, al posto del Colosseo c’era un piccolo lago e sopra un angelo con una scritta in fronte: ‘Questa è la seconda prova. Ma prima che il larice rinverdisca per la terza volta una grandinata ben peggiore si abbatterà sulla città santa, ridotta ormai ad una spelonca di ladri, dove la pestilenza e il vizio saranno pane quotidiano e dove i vescovi mangeranno nella stessa scodella dei malfattori, mentre i giusti periranno in carcere. Ed ora, mi disse ancora la voce, voglio farti vedere la prima prova che verrà mandata alla città santa. Ho visto allora una fiamma di fuoco cadere sibilando sulla terra e andare a incunearsi tra le case, poco lontano dalla Basilica… E un’enorme voragine si aprì inghiottendo case, strade e persone…"
L’ULTIMO PAPA
Il Papa San Pio X, nel 1909, ebbe una visione terrificante; nel corso di un’udienza cadde improvvisamente in uno stato molto simile alla trance. Ridestandosi da questo stato disse profondamente turbato: "Ciò che ho veduto è terribile! Sarò io o un mio successore? Ho visto il Papa fuggire dal Vaticano camminando tra i cadaveri dei suoi preti. Si rifugerà da qualche parte, in incognito, e dopo una breve pausa morrà di morte violenta". Tutto ciò dovrebbe accadere in una Roma in preda ad una grande tribolazione.Concludo questa inquietante rassegna di profezie su Roma citando il vescovo irlandese Malachia (1094-1149), canonizzato nel 1190 da Clemente III; a lui sono attribuiti 112 motti coi quali profetizza altrettanti papi, da Celestino II fino al Papa della fine del mondo. Profezie originali e molto inquietanti. Ad esempio Papa Giovanni Paolo I è designato col motto De Medietate Lunae (della metà della luna). Il suo papato durò appena 33 giorni; egli morì o, come scrive David Yellow nel suo libro "In nome di Dio", fu assassinato alla metà del mese lunare. Giovanni Paolo II col motto De Labore Solis (Del lavoro del sole). È noto il suo viaggiare continuamente per il mondo come l’astro fulgente che ogni giorno sorge e sembra percorrere infaticabilmente tutto il cielo per scomparire al tramonto e poi ricominciare.Benedetto XVI, penultimo Papa, è designato come Gloriae Olivae. L’ultimo Papa, secondo Malachia, si chiamerà Petrus Romanus. Ecco quanto dice la celebre profezia: "Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa siederà Pietro Romano che pascerà il suo gregge tra mille tribolazioni; quando queste saranno terminate, la città dei sette colli sarà distrutta e il giudice temibile giudicherà il suo popolo".
buona domenica - one vision
«Vorresti dirmi che strada devo prendere, per favore?
»«Dipende, in buona parte,
da dove vuoi andare»
20
«Dove,
non m'importa molto...
»«Allora qualsiasi strada va bene»
sabato 19 settembre 2009
immagination
recordare
dies bolicus
lei
Oggi ancora a lei, che risplende inghirlandata di magnolia d'oro, volto di loto in fiore, tenue la linea della pelurie sul ventre, levata dal sonno, il corpo ardente turbato dal desiderio, come a sapienza perduta per follia ripenso.
amore
Oggi ancora lei, nell'amore, il corpo sfinito di languidezza, sciame di capelli a riccioli caduti sulle pallide guance, le braccia flessuose tralci sospesi al mio collo come per trattenere fra noi la colpa segreta... ricordo.
danza d'amore
Oggi ancora lei, che regge le briglie nella danza selvaggia d'amore, volto bello di luna al colmo, il corpo fremente di follia, delicata, curvata dal peso del seno e dei fianchi ampi, con un fascio di riccioli scomposti ricordo.
amore
Oggi ancora lei, nell'amore, il corpo sfinito di languidezza, sciame di capelli a riccioli caduti sulle pallide guance, le braccia flessuose tralci sospesi al mio collo come per trattenere fra noi la colpa segreta... ricordo.
danza d'amore
Oggi ancora lei, che regge le briglie nella danza selvaggia d'amore, volto bello di luna al colmo, il corpo fremente di follia, delicata, curvata dal peso del seno e dei fianchi ampi, con un fascio di riccioli scomposti ricordo.
occhi
Oggi ancora a lei ripenso: gli occhi socchiusi riversi nell'amore, abbandonato il corpo snello, sciolta la veste e la massa dei capelli, oca selvatica in un boschetto di loti d'amore - anche nella vita futura, anche alla fine la ripenso!
amore
Oggi ancora, pur sapendo, la mia mente a forza si muove intorno a colei che suscita stupore, e lascia indietri gli dèi: che faccio? Sempre, al tempo della fine, la mia mente è fissa: «È il mio amore! Il più caro amore! È mia!»
desiderio
Oggi ancora lei... la traccia delle unghie che ho impresso [sul cerchio del suo seno, ebbro per la libagione col miele della sua bocca: con un fremito intenso della pelurie per il piacere, tutt'intorno la vigila, sorveglia, ispeziona...
ricordo.
masquerade
venerdì 18 settembre 2009
pensiero scientifico di Mari
Una sessuologa ha confessato al quotidiano Sun di aver avuto rapporti sessuali completi con circa 1500 pazienti su 10.000 nei suoi 23 anni di carriera. Dichiarazioni che ovviamente hanno destato scandalo tra gli addetti ai lavori e nell’opinione pubblica. Mari Simone, 54 anni, ama dichiarare di aver dedicato la sua vita ad aiutare uomini, donne e coppie con problemi sessuali. E fin qui niente di male, se non fosse che il suo zelo professionale la porta spesso più in là del consueto: “Mi guadagno da vivere andando spesso a letto con i mariti e i fidanzati di altre donne, è vero, ma non mi sento in nessun modo una prostituta, piuttosto una sorta di ‘surrogato’ che agisce per scopi terapeutici: in questo modo ho cambiato in meglio la vita sessuale di migliaia di uomini e quindi anche di migliaia di donne, e da me i pazienti pagano per risolvere i loro problemi, non certo per fare sesso”.
Tutte le sedute della Simone (5 al giorno di media, poco meno di 115 euro l’una il costo per i pazienti) iniziano allo stesso modo, con un colloquio seguito da carezze alle mani o alle spalle. Solo alla seconda o terza seduta i pazienti vengono invitati a spogliarsi per il cosiddetto “esercizio dello specchio”, durante il quale ci si abitua ad accettare la propria fisicità. Poi si passa a una sorta di body-massage e infine all’atto sessuale vero e proprio. “Il mio lavoro è far capire alle persone che i loro problemi sessuali non sono soltanto fisici, ma che risiedono nella loro mente e possono migliorare enormemente con soltanto un po’ di fiducia in se stessi”, spiega Mari, che si dichiara specialista in sesso tantrico. “A volte faccio sesso con un paziente davanti a sua moglie, per mostrare loro come essere amanti più sensibili”. La donna finora non aveva rivelato ai suoi familiari il suo metodo di lavoro, ma ora sente che è il monento di uscire allo scoperto: “In vent’anni di lavoro non mi sono mai vergognata, amo quello che faccio e non ho intenzione di ritirarmi. Sono una guaritrice sessuale e me ne vanto”.
Tutte le sedute della Simone (5 al giorno di media, poco meno di 115 euro l’una il costo per i pazienti) iniziano allo stesso modo, con un colloquio seguito da carezze alle mani o alle spalle. Solo alla seconda o terza seduta i pazienti vengono invitati a spogliarsi per il cosiddetto “esercizio dello specchio”, durante il quale ci si abitua ad accettare la propria fisicità. Poi si passa a una sorta di body-massage e infine all’atto sessuale vero e proprio. “Il mio lavoro è far capire alle persone che i loro problemi sessuali non sono soltanto fisici, ma che risiedono nella loro mente e possono migliorare enormemente con soltanto un po’ di fiducia in se stessi”, spiega Mari, che si dichiara specialista in sesso tantrico. “A volte faccio sesso con un paziente davanti a sua moglie, per mostrare loro come essere amanti più sensibili”. La donna finora non aveva rivelato ai suoi familiari il suo metodo di lavoro, ma ora sente che è il monento di uscire allo scoperto: “In vent’anni di lavoro non mi sono mai vergognata, amo quello che faccio e non ho intenzione di ritirarmi. Sono una guaritrice sessuale e me ne vanto”.
organizzatissimo casino
Una testa ben fatta
è una testa atta a organizzare
le conoscenze così da evitare
la loro sterile accumulazione.
Ogni conoscenza è una traduzione
e nello stesso tempo una ricostruzione
(a partire da segnali, segni, simboli)
sotto forma di rappresentazioni,
idee, teorie, discorsi.
Il processo è circolare,
passa dalla separazione al collegamento,
dal collegamento alla separazione,
e poi, dall’analisi alla sintesi,
dalla sintesi all’analisi.
Un bel casino.
cellule preservative
Mi addentro in questa pista con una certa preoccupazione, perché il rischio di affrontare il problema in maniera superficiale è enorme, vorrei però suggerire una nuova riflessione. Il vivente, visto come un oggetto complesso, ha dei fini ben precisi, quello di garantirsi la sopravvivenza e quello di garantire la sopravvivenza della specie. Per fare questo il vivente ha una caratteristica particolare: il metabolismo, che consiste fondamentalmente nel far si che molecole dall’ esterno, superino i bordi che delimitano l’ organismo o le sue cellule e acquistino il fine dell’ oggetto complesso a cui andranno ad appartenere. Da un punto di vista filosofico il metabolismo consiste nel fatto che la parte, andando a far parte di un tutto, ne acquista i fini. Questo, dal punto di vista biologico, vuol dire che il passaggio del bordo, cioè più specificamente di una epidermide o di una membrana, cambia l’ oggetto che viene dall’ esterno, proprio perché lo fa divenire parte dell’ organismo e della cellula.
giovedì 17 settembre 2009
scarabeo stercorario
Lo scarabeo egizio chiamato Kheper (o Khepri) è uno dei simboli più sacri dell'antico Egitto.Veniva associato all'evolversi dell'essere, lo troviamo per questo spesso nei cartigli delle pitture tombali affiancati a quelli con i nomi dei faraoni a simboleggiare "colui che diviene" o "colui che rinasce da se stesso". Kheper era infatti una divinità importante spesso raffigurata che sorregge il disco solare sulla testa o come uomo dalla testa di scarabeo il cui nome significa "l'evolvente". Questo perché la simbologia della rinascita ha origine dal comportamento naturale dello scarabeo stercoraro di avvolgere le sue uova in una pallina di sterco dalla quale escono i nuovi nati, come se fossero generati da se stessi: e dunque anche l'anima del faraone rinasce come una fenice da se stessa.
Lo scarabeo racchiude simboli solari ascendenti e discendenti (il cammino del Sole, dall'alba al tramonto) che si mostrano attraverso le ali aperte; ma anche simboli lunari come le 28 ore di gestazione delle uova che si associano al ciclo della Luna di 28 giorni. Per tale motivo sulle mummie veniva messo uno scarabeo tra le bende (d'oro e d'argento per il dualismo Sole-Luna) a simboleggiare l'esperienza della vita che il defunto non deve perdere nell'aldilà per potersi trasformare. È anche uno dei più frequenti geroglifici e serviva, appunto, a scrivere le nozioni "nascere, trasformarsi, giungere all'esistenza, evolversi o divenire". Ancora oggi viene considerato un potente portafortuna.
Cvle Usberche
Luoghi terribili . Bibbona .
La Pieve di Santa Maria della Pietà
Bibbona (LI)
La costruzione della pieve di Santa Maria della Pietà di Bibbona si compì nel 1492, ma la sua costruzione era cominciata dieci anni prima, ad opera di Ranieri Tripalle e Vittorio Ghiberti, figlio di Lorenzo. Si tratta di uno dei primi esempi di chiesa rinascimentale con pianta centrale a croce greca. Questa chiesa è stata parte integrante della storia civile e religiosa della comunità di Bibbona e si riallaccia direttamente alle vicende della Badia del Mansio e alla vita religiosa del 1400.
La devozione e l'amore verso la Madonna da parte della comunità di Bibbona è plurisecolare. La sua storia è contenuta in un libretto intitolato "Le Badie dei Magi", fortunatamente salvatosi dalla furia delle truppe napoleoniche che distrussero l'archivio comunale. In esso si apprende che la fondazione del Monastero del Masio, la cui etimologia ha dato origine a varie derivazioni ("Mansio", "Masio", "Masi" o "Massel" deriva il suo nome dalle "masse", che erano centri aziendali o fattorie di epoca longobarda), avvenne per mano di un gruppo di Benedettini provenienti dalla Badia di Monteverdi, nel 754, al tempo di S. Walfredo della Gherardesca.
Bibbona in quel tempo era dominata dai Longobardi e vi risiedeva il loro capo, Agilulfo, detto Sparviero, che predava e terrorizzava gli abitanti della zona. Un giorno la figlia di un nobile di Bibbona si fermò davanti ad un'edicola dipinta su un sasso (la stessa che oggi si può vedere incassata nell'altare maggiore) e qui venne rapita da Agilulfo. Durante la fuga attraverso il bosco egli cadde da cavallo insieme alla ragazza e rimase ferito. I monaci della Badia, accorsi in loro aiuto, riuscirono a soccorrere entrambi ed a convertire Agilulfo. Il popolo di Bibbona attribuì la conversione alla Madonna ed eresse un monastero per ringraziare la Vergine.
Il piccolo monastero esisteva già nel 797, quando il suo patrono, il prete Casualdo, ne fece offerta alla cattedrale di Lucca e fu affidata ai Benedettini. Nel 1257 la chiesa fu affidata all'Ordine dei Vallombrosani, quando questo era governato dall'Abate generale Tesauro, il quale ne ottenne conferma dal papa Alessandro IV nel 1° Marzo 1257.
La posizione dell'Abbazia e del monastero diventò poi infausta a causa dell'aria malsana e del pericolo dei corsari, venne quindi nuovamente abbandonata e Gregorio XIII concesse ai monaci di Santa Maria del Masio la chiesa di Santa Maria della Pietà posta dentro il castello di Bibbona. Nel frattempo i beni della Badia dei Magi e dell'Abbadia di Bibbona vengono affidati alla Badia di Chiusdino, detta Serena, anch'essa affidata ai Vallombrosani e legata come Bibbona ai possedimenti dei Della Gherardesca. La chiesa dei Mansi venne poi demolita ed ai monaci fu concesso di ricostruirla all'interno del paese; oggi si tratta della Chiesa di S. Giuseppe in Via Carraia sulla cui facciata in pietra è visibile lo stemma dei Vallombrosani.
Il comune costruì anche un monastero nella parte settentrionale nella quale vissero inizialmente i cosiddetti canonici di San Pietro che seguivano le regole di S. Agostino. Si trattava probabilmente di un ordine locale, ma durante una visita apostolica nel 1576 si chiese la loro soppressione, chi dice per accusa di apostasia, chi per l'esiguo numero; si chiamò a sostituirli i Vallombrosani, che avevano già diversi beni nel territorio.
Nel 1653 sotto Innocenzo X il convento venne soppresso e la chiesa venne eretta a beneficio semplice ed affidata a sacerdoti detti Rettori fino al 1946.
L'ufficio dei canonici regolari antecedenti i Vallombrosani era di di esorcisti e ministranti di penitenze, cioè di esecutori ed assistenti di pubbliche penitenze (si narra, ad esempio, di un genitore che nel 1535 aveva soffocato nel sonno la sua creatura: egli fu mandato a piedi nudi da Sasso Pisano, dive risiedeva, fino a Bibbona ad ascoltare una messa dondolando di fronte a tutto il popolo una culla vuota).
In questa chiesa si verificarono fin dal 1482 dei fatti straordinari che così vennero annotati dal mercante fiorentino Luca Landucci: «in quel tempo si parlava di una divozione di nostra Donna trovata a Bibbona, d'un tabernacolo fuori di Bibbona con sbarre di balestro e d'una Vergine Maria con Cristo in braccio... La quale cominciò insino al cinque Aprile 1482 a trasfigurarsi, cioè da azzurro, rossa, da rossa poi nera e questo avvenne molte volte fino al 12 Giugno 1484". Anche fra Girolamo Savonarola conobbe questo fatto e ne scrisse un'accesa esortazione poetica.
La chiesa e le iscrizioni
La chiesa, tutta costruita in mattoni, ha una pianta a croce equilatera ed è sormontata da una cupola rotonda sulla quale è posta una lanterna sormontata da un palla in pietra con una croce in metallo. All'interno non ha grossi ornamenti, ma è agile e snella nelle sue forme rinascimentali, tranne alcuni capitelli decorati con fogliame.
Nel mezzo del giardino si apre un tabernacolo assai incavato che mostra nel fondo, dipinta su un masso di tufo, l'immagine della Vergine della Pietà. La chiesa è volta verso settentrione per servire l'esigenza della prodigiosa immagine che guarda a mezzogiorno. Si accede ad essa per mezzo di tre grandi portali in pietra sormontati da architravi a lunetta. Nella parte centrale si legge l'iscrizione 1492; ai lati della porta vi sono invece dei leoni rampanti sopra uno scudo in pietra su cui si legge la sigla C.B. (Comunis Bibbonae). Sopra le tre architravi si possono leggere tre scritte caratteristiche:
1) TERRIBILIS EST LOCUS ISTE [ESD] «Questo è un luogo terribile»
Le lettere aggiuntive ESD non sono state mai interpretate.
2) HAEC EST DOMUS DEI ET PORTA COELI «Questa è la casa di Dio e la Porta del Cielo»
3) DOMUS EST PIETATIS ET GRATIAE «È casa di pietà e di grazia»
Si tratta di frasi bibliche dalla forte connotazione simbolica (vedi per dettagli "Il Bethel", nella sezione dedicata ai simbolismi).
L'introduzione descrittiva è tratta dall'articolo scritto da Don Giuliano Giovannini nel 1992 in occasione del V Centenario della Ricostruzione, una copia del quale si trova appesa in una bacheca di vetro accanto all'ingresso.
Bibbona (LI)
La costruzione della pieve di Santa Maria della Pietà di Bibbona si compì nel 1492, ma la sua costruzione era cominciata dieci anni prima, ad opera di Ranieri Tripalle e Vittorio Ghiberti, figlio di Lorenzo. Si tratta di uno dei primi esempi di chiesa rinascimentale con pianta centrale a croce greca. Questa chiesa è stata parte integrante della storia civile e religiosa della comunità di Bibbona e si riallaccia direttamente alle vicende della Badia del Mansio e alla vita religiosa del 1400.
La devozione e l'amore verso la Madonna da parte della comunità di Bibbona è plurisecolare. La sua storia è contenuta in un libretto intitolato "Le Badie dei Magi", fortunatamente salvatosi dalla furia delle truppe napoleoniche che distrussero l'archivio comunale. In esso si apprende che la fondazione del Monastero del Masio, la cui etimologia ha dato origine a varie derivazioni ("Mansio", "Masio", "Masi" o "Massel" deriva il suo nome dalle "masse", che erano centri aziendali o fattorie di epoca longobarda), avvenne per mano di un gruppo di Benedettini provenienti dalla Badia di Monteverdi, nel 754, al tempo di S. Walfredo della Gherardesca.
Bibbona in quel tempo era dominata dai Longobardi e vi risiedeva il loro capo, Agilulfo, detto Sparviero, che predava e terrorizzava gli abitanti della zona. Un giorno la figlia di un nobile di Bibbona si fermò davanti ad un'edicola dipinta su un sasso (la stessa che oggi si può vedere incassata nell'altare maggiore) e qui venne rapita da Agilulfo. Durante la fuga attraverso il bosco egli cadde da cavallo insieme alla ragazza e rimase ferito. I monaci della Badia, accorsi in loro aiuto, riuscirono a soccorrere entrambi ed a convertire Agilulfo. Il popolo di Bibbona attribuì la conversione alla Madonna ed eresse un monastero per ringraziare la Vergine.
Il piccolo monastero esisteva già nel 797, quando il suo patrono, il prete Casualdo, ne fece offerta alla cattedrale di Lucca e fu affidata ai Benedettini. Nel 1257 la chiesa fu affidata all'Ordine dei Vallombrosani, quando questo era governato dall'Abate generale Tesauro, il quale ne ottenne conferma dal papa Alessandro IV nel 1° Marzo 1257.
La posizione dell'Abbazia e del monastero diventò poi infausta a causa dell'aria malsana e del pericolo dei corsari, venne quindi nuovamente abbandonata e Gregorio XIII concesse ai monaci di Santa Maria del Masio la chiesa di Santa Maria della Pietà posta dentro il castello di Bibbona. Nel frattempo i beni della Badia dei Magi e dell'Abbadia di Bibbona vengono affidati alla Badia di Chiusdino, detta Serena, anch'essa affidata ai Vallombrosani e legata come Bibbona ai possedimenti dei Della Gherardesca. La chiesa dei Mansi venne poi demolita ed ai monaci fu concesso di ricostruirla all'interno del paese; oggi si tratta della Chiesa di S. Giuseppe in Via Carraia sulla cui facciata in pietra è visibile lo stemma dei Vallombrosani.
Il comune costruì anche un monastero nella parte settentrionale nella quale vissero inizialmente i cosiddetti canonici di San Pietro che seguivano le regole di S. Agostino. Si trattava probabilmente di un ordine locale, ma durante una visita apostolica nel 1576 si chiese la loro soppressione, chi dice per accusa di apostasia, chi per l'esiguo numero; si chiamò a sostituirli i Vallombrosani, che avevano già diversi beni nel territorio.
Nel 1653 sotto Innocenzo X il convento venne soppresso e la chiesa venne eretta a beneficio semplice ed affidata a sacerdoti detti Rettori fino al 1946.
L'ufficio dei canonici regolari antecedenti i Vallombrosani era di di esorcisti e ministranti di penitenze, cioè di esecutori ed assistenti di pubbliche penitenze (si narra, ad esempio, di un genitore che nel 1535 aveva soffocato nel sonno la sua creatura: egli fu mandato a piedi nudi da Sasso Pisano, dive risiedeva, fino a Bibbona ad ascoltare una messa dondolando di fronte a tutto il popolo una culla vuota).
In questa chiesa si verificarono fin dal 1482 dei fatti straordinari che così vennero annotati dal mercante fiorentino Luca Landucci: «in quel tempo si parlava di una divozione di nostra Donna trovata a Bibbona, d'un tabernacolo fuori di Bibbona con sbarre di balestro e d'una Vergine Maria con Cristo in braccio... La quale cominciò insino al cinque Aprile 1482 a trasfigurarsi, cioè da azzurro, rossa, da rossa poi nera e questo avvenne molte volte fino al 12 Giugno 1484". Anche fra Girolamo Savonarola conobbe questo fatto e ne scrisse un'accesa esortazione poetica.
La chiesa e le iscrizioni
La chiesa, tutta costruita in mattoni, ha una pianta a croce equilatera ed è sormontata da una cupola rotonda sulla quale è posta una lanterna sormontata da un palla in pietra con una croce in metallo. All'interno non ha grossi ornamenti, ma è agile e snella nelle sue forme rinascimentali, tranne alcuni capitelli decorati con fogliame.
Nel mezzo del giardino si apre un tabernacolo assai incavato che mostra nel fondo, dipinta su un masso di tufo, l'immagine della Vergine della Pietà. La chiesa è volta verso settentrione per servire l'esigenza della prodigiosa immagine che guarda a mezzogiorno. Si accede ad essa per mezzo di tre grandi portali in pietra sormontati da architravi a lunetta. Nella parte centrale si legge l'iscrizione 1492; ai lati della porta vi sono invece dei leoni rampanti sopra uno scudo in pietra su cui si legge la sigla C.B. (Comunis Bibbonae). Sopra le tre architravi si possono leggere tre scritte caratteristiche:
1) TERRIBILIS EST LOCUS ISTE [ESD] «Questo è un luogo terribile»
Le lettere aggiuntive ESD non sono state mai interpretate.
2) HAEC EST DOMUS DEI ET PORTA COELI «Questa è la casa di Dio e la Porta del Cielo»
3) DOMUS EST PIETATIS ET GRATIAE «È casa di pietà e di grazia»
Si tratta di frasi bibliche dalla forte connotazione simbolica (vedi per dettagli "Il Bethel", nella sezione dedicata ai simbolismi).
L'introduzione descrittiva è tratta dall'articolo scritto da Don Giuliano Giovannini nel 1992 in occasione del V Centenario della Ricostruzione, una copia del quale si trova appesa in una bacheca di vetro accanto all'ingresso.
gli 8 angoli del Cielo
I simboli che richiamano il numero otto, come la rosa ad otto petali, sono stati diffusamente utilizzati nell'arte e nell'architettura antica e medievale. In quest'articolo si suggerisce come la loro origine debba ricercarsi in un complesso di conoscenze archeo-astronomiche in possesso sia delle antiche civiltà megalitiche, sia delle civiltà mediorientali (egiziana e babilonese). Ad esse vanno collegati oltre che esemplari di meridiane portatili dell'età antica, anche simboli tipici dell'età medievale, come la "triplice cinta", la spirale ed il labirinto, presenti soprattutto in moltissime chiese ed abbazie di ogni parte d'Italia
Questa figura floreale è tuttavia ben più antica dell'età federiciana, e della stessa epoca medievale. Raffigurazioni di rose ad otto petali si ritrovano ad esempio in gioielli reali in oro dell'età antica, ma esse appaiono anche in steli funerarie del periodo romano, con un significato che sembra essere ben diverso da quello di semplice ornamento.
Se poi si osservano i bassorilievi mesopotamici del periodo babilonese (II millennio a. C.), come quelli esposti al Museo Pergamon di Berlino, si avrà la sorpresa di scoprire figure di divinità alate con al polso un fiore ad otto petali legato ad un cinturino, proprio come un moderno orologio! In queste raffigurazioni molti potrebbero scorgervi appunto degli anacronistici oggetti tecnologici "fuori contesto" (oopart) appartenenti a creature di altri pianeti in visita alle antiche civiltà. Fonti antiche come la "Babiloniakà" del sacerdote caldeo Berosso, e le stesse antiche cronache sumere e babilonesi scritte sulle tavolette d'argilla, parlano del resto di curiosi esseri anfibi, gli "apkallu" (saggi) Oannes, Annedotos, Odakon, ed altri, dall'aspetto tutt'altro che umano, che in tempi remoti avrebbero insegnato a quegli antichi mesopotamici le nozioni base della civiltà: l'agricoltura, il calendario, l'architettura, e via dicendo. Anche le divinità maggiori - o "Annunaki" - del pantheon Sumero-Babilonese, Enlil, Enki, Inanna, Sin, ecc. da studiosi come Zecharia Sitchin vengono considerati come esseri in carne ed ossa, dall'aspetto umano, ma provenienti da un altro pianeta. Preferendo tuttavia rimanere il più possibile "con i piedi in questo mondo", vari indizi archeologici portano a considerare una interpretazione molto più "terrestre", anche se inscindibilmente legata all'astronomia antica ed al ciclo solare dei solstizi e degli equinozi.
Negli ultimi anni sono stati rivalutati alcuni reperti appartenenti al IV sec. prima dell'era cristiana, ed in precedenza erroneamente interpretati e classificati. Si tratta di due dischi piuttosto spessi provenienti l'uno, in pietra, dalla famosa località israeliana di Qumran e l'altra, in terracotta, dal Monte Bibele, nei pressi di Bologna. Ambedue presentano un foro centrale e alcune scanalature. Ma mentre quello mediorientale appare più semplice ed essenziale, poichè reca soltanto quattro scanalature circolari (segnate tuttavia da molte "tacche"), il disco degli appennini emiliani oltre a tre segmenti circolari riporta anche quattro segmenti ortogonali (una croce e due diagonali) che suddividono il disco in otto sezioni di 45 gradi ciascuno.
Da qualche anno gli archeologi sono del parere che la funzione di ambedue questi strumenti, meridiane o "cronografi", ed in particolare di quello italiano, oltre che di "calendario portatile" fosse anche quella di un moderno GPS per il rilevamento delle coordinate geografiche. Ponendo infatti un'asticella di legno sul foro centrale, l'ombra proiettata sui diversi settori poteva consentire ad un esperto astronomo antico di ricavare preziose informazioni sia dal punto di vista del calendario (la data esatta di solstizi ed equinozi), sia sotto il punto di vista geografico, in quanto alle diverse latitudini l'ombra ricavata alla medesima ora (ad esempio a mezzogiorno) risulta più o meno lunga (massima al circolo polare, praticamente inesistente all'equatore) in rapporto all'angolazione della superficie terrestre nei confronti del sole. E' evidente come tali strumenti si ricolleghino a tutta la precedente tradizione archeoastronomica dei popoli del Vecchio Continente, e certamente è significativo che l'esemplare italiano sia stato ritrovato in una località ricca di insediamenti archeologici appartenenti alla cultura celtica (Galli Boi). Al pari dei loro colleghi transalpini, anche i sacerdoti druidi dell'Italia Cisalpina certamente conservavano le tradizionali conoscenze astronomiche ereditate da un passato lontano e strettamente collegate ai monumenti megalitici disseminati nell'Europa Occidentale. Anzi sembra che tra i due, proprio il disco italiano avesse validità universale in ogni luogo, mentre quello di Qumran fosse inefficace come "sestante-gps" alle latitudini palestinesi, venendo così probabilmente utilizzato solo come orologio e calendario.
In un certo senso quindi il cronografo in terracotta del Monte Bibele può essere considerato una sorta di "Stonehenge tascabile", valevole, per chi sapesse interpretarne i giochi di ombre, a determinare appunto con precisione le principali ricorrenze stagionali, come i solstizi e gli equinozi, oltre che la latitudine del luogo in cui ci si trovava. E questo ovviamente, non solo a fini agricoli, quanto piuttosto soprattutto per motivi legati alle ricorrenze religiose ed a particolari cerimonie, come la ricerca del periodo, del luogo, e dell'orientamento più propizi per la fondazione di città o templi.
Al pari dei templi megalitici più famosi, come Stonehenge o Avebury, anche il cronografo di Monte Bibele presenta dunque la suddivisione dello spazio terreno e celeste in otto parti: quattro, individuati dalla classica croce ortogonale, volti ad incontrare i corrispondenti punti cardinali orientati agli equinozi (con il sole esattamente ad est all'alba e ad ovest al tramonto) e a mezzogiorno (sole allo zenith); altri quattro intermedi, individuati da una croce diagonale (ad X) corrispondenti ai punti di alba e tramonto del sole ai solstizi d'estate e d'inverno. Questa suddivisione in otto parti dello spazio celeste e terreno (e conseguentemente anche delle ricorrenze festive dell'anno solare) può costituire la chiave per cercare di far luce su molti enigmi.
Il cronografo di Monte Bibele ed il suo gemello di Qumran non dovevano certamente essere gli unici esempi del loro genere nel mondo antico. Leonardo Melis ed altri, sostengono infatti - e probabilmente non a torto - che manufatti tradizionali sardi chiamati in dialetto pintaderas, anch'essi di forma circolare e dotati di foro centrale e suddivisione in otto parti, non siano semplici sigilli decorativi, secondo l'interpretazione classica, ma altri esempi di cronografi ancora più antichi, finalizzati a calcolare, con medesimo procedimento, le ricorrenze religiose pagane dell'antica civiltà nuragica in Sardegna. Parecchi di questi strumenti dovettero insomma diffondersi sin dalle epoche più remote nelle diverse regioni europee e mediterranee, recando con sè al contempo (o assimilando e contaminando) anche le convinzioni religiose legate ai cicli di morte e rinascita naturale. Caratteristiche, queste ultime, proprie dei culti solari connessi alle conoscenze archeoastronomiche praticamente di tutte le civiltà del Vecchio Continente (dal concetto di "rinascita" del sole in prossimità del 22 dicembre, solstizio d'inverno, a quello di "indebolimento" della luce dopo il solstizio d'estate, fino ai cupi e brevi giorni autunnali associati alla vecchiaia e alla morte - ancora ai giorni nostri -, specie alle latitudini settentrionali) .
Non doveva certamente essere un caso se nella più antica scrittura cuneiforme, quella proto-sumerica, il termine "cielo" fosse identificato da un ideogramma - simile al nostro asterisco: * - costituito da otto raggi uniti al centro, e che tale simbolo avesse anche il significato di "stella". Nell'antica iconografia artistica mesopotamica, il sole era rappresentato da un disco regolarmente suddiviso in otto raggi, e le divinità venivano spesso raffigurate accanto ad una stella ad otto punte. Anche la stilizzazione iconografica-simbolica del cielo suddiviso in otto parti, opportunamente trasformato dagli scultori in un artistico fiore ad otto petali, contraddistingueva nella Mesopotamia Babilonese, in primo luogo ovviamente le divinità, come il dio Marduk, raffigurato letteralmente rivestito di rose con otto petali.
Parimenti dunque, è altrettanto verosimile che il simbolo della rosa assumesse contemporaneamente anche un significato religioso di rinascita e sopravvivenza dopo la morte, non solo nelle culture mediorientali ma anche nelle posteriori civiltà, come quelle ellenistica e romana.
Ammesso tuttavia che sia vero che la rosa ad otto petali (o rosetta, come denominata dagli archeologi) risulti essere la raffigurazione artistica delle otto direzioni archeoastronomiche dell'antica civiltà megalitica, anche altri simboli, ancora oggi oggetto di interpretazione e discussione, potrebbero derivare dalla medesima radice, essendo anch'essi caratterizzati da otto elementi (linee rette e angoli) attorno ad un centro comune. Marisa Uberti e Giulio Coluzzi hanno censito e studiato all'incirca un centinaio di enigmatici simboli, simili all'antico gioco del tris o filetto, graffiti o scolpiti in ogni parte d'Italia, sia in zone rupestri, sia, soprattutto, in chiese e abbazie di epoca medievale (ed anche fuori dal nostro paese, come ad esempio in alcune cattedrali gotiche francesi e nelle prigioni del Castello di Chinon, dove vennero rinchiusi molti templari). Il loro meticoloso lavoro, confluito nel volume "I luoghi delle Triplici Cinte in Italia" (ed. Eremon), ha tuttavia portato ad escludere che la maggior parte di tali reperti abbia avuto finalità ludiche, in quanto si trovano in una posizione impossibile o quantomeno scomoda ai fini del gioco (ad es. in posizione verticale). La maggior parte di questi graffiti - dagli autori denominati Triplici Cinte - si presentano comunque effettivamente composti da tre quadrati o rettangoli concentrici, attraversati e uniti da una croce perpendicolare, che generalmente non invade il quadrato centrale, proprio come nel classico gioco sul retro delle moderne scacchiere. Il periodo a cui appartengono i graffiti di questo tipo è soprattutto quello medievale, sino al XIV secolo.
I due studiosi hanno tuttavia trovato diverse varianti stilistiche del simbolo in questione, alcune delle quali più semplici, composte solo da otto rette perpendicolari disposte attorno ad un quadrato centrale. Localizzate anche in zone rupestri e montane, al pari di alcuni esempi di Triplici Cinte quadrangolari più complesse, possono risalire anche al 500 a. C. e sono attribuite dagli studiosi alle culture celtiche pre-romane, come quella di La Tene. Altre ancora presentano una forma alquanto differente, caratterizzate non più dal quadrato ma dalla circonferenza, che racchiude tuttavia sempre otto raggi, come nella Chiesa di San Pietro delle Immagini, a Bulzi, in provincia di Sassari. In questo edificio religioso risalente nelle sue parti più antiche - in stile romanico - all'XI secolo, è presente nel suo lato verso sud appunto un graffito di forma circolare suddiviso da otto raggi accuratamente definiti. Un foro al centro, destinato a contenere un'asta, contribuisce a svelarne la funzione, cioè quella di meridiana. Il fatto tuttavia che a differenza delle classiche meridiane del mondo antico e medievale, si presenti non come una semicirconferenza, ma come un cerchio completo, dotato cioè anche di una parte superiore dove l'ombra non arriva mai, fa sospettare che il graffito (o "ruota della vita", come viene denominato ad esempio anche nelle culture orientali) avesse anticamente anche una funzione simbolica, ovvero il richiamo a tutta l'antica tradizione archeoastronomica e religiosa del passato che ancora in età medievale non venne mai meno.
Significativi sono anche alcuni esempi rupestri di triplici quadrati, come quello inciso sulla "Roccia delle Alci" in Val Germanasca-Balziglia, Piemonte, associati a figure di animali ed a coppelle utilizzate probabilmente per lasciarvi delle offerte. Tali esempi richiamano alla mente alcune preistoriche rappresentazioni di uomini, animali ed altri simboli, come quella dell'"uomo-uccello" nella Grotta di Lascaux in Francia, la cui enigmatica disposizione ha suscitato parecchi interrogativi presso i ricercatori. Una decina di anni fa lo studioso tedesco Michael Rappenglueck, simulando al computer la mappa del cielo del 15.000 a. C. (l'età dei dipinti nella grotta) ha osservato come la disposizione delle diverse figure - l'uomo, il bastone a forma di uccello, il bisonte, il rinoceronte, ecc. - corrispondano a gruppi di stelle che dagli sciamani del paleolitico potevano essere raggruppati in vere e proprie costellazioni (da: Giulio Magli - Misteri e scoperte dell'archeoastronomia - Newton Compton, p. 19 e sgg.).
Dunque, similmente ai simboli ad otto elementi di forma circolare, anche i complementari simboli di forma quadrata (le "Triplici Cinte" vere e proprie) potrebbero riprendere i medesimi significati astronomico-religiosi tanto dei grandi cerchi megalitici quanto delle piccole meridiane portatili di Qumran e Monte Bibele, con la rappresentazione degli otto orientamenti fondamentali (tramite croci e angoli) e con le tre suddivisioni concentriche dello spazio interno. Unica variante: la sostituzione della forma circolare con quella quadrata, per motivi probabilmente anche di "dissimulazione" . Tra i numerosi esemplari censiti in tutta Italia, non sono pochi i graffiti quadrangolari con un un foro al centro (come nell'Abbazia di Piona, in provincia di Lecco, o in diverse località laziali) che suggeriscono oltre che un'analogia di significati simbolici anche un uso simile a quello delle meridiane di Qumran e Monte Bibele.
Marisa Uberti e Giulio Coluzzi hanno osservato che ancora in epoca cristiana, particolari luoghi rupestri ritenuti sacri venivano segnati con simili simboli con otto elementi (più o meno elaborati): "...Il simbolo della triplice Cinta sulle rocce poteva assumere un significato simbolico di 'sacralizzazione' di un posto o della sua valenza magico rituale, sul quale poteva impiantarsi, in tempi successivi, una diversa tradizione o cultura, che andava adeguando gli schemi a modelli intellettuali strategici, come i giochi, forse l'unica 'forma' con cui poteva continuare a sopravvivere nella memoria e nella società..." (M. Uberti, G. Coluzzi - op. cit. p. 34). Dalla catalogazione da loro effettuata tuttavia risulta che la maggior parte dei graffiti di forma quadrata - come si è già detto - si riscontrano in edifici religiosi del periodo medievale, e ciò sarebbe dovuto al fatto che con la nuova religione gli "spazi sacri" abbandonarono i luoghi naturali aperti per concentrarsi esclusivamente fra le solide mura delle chiese. Perpetuando un costume ereditato dalla precedente tradizione, vi fu evidentemente chi continuò a segnare col "marchio" megalitico-astronomico i nuovi luoghi sacri. Erano pagani? Erano cristiani convinti in buona fede di "benedire" ulteriormente il luogo di culto? E' certo comunque - come si sono resi conto i medesimi autori del volume - che spesso le autorità ecclesiastiche avversavano tale pratica, poichè taluni graffiti risultano cancellati e rimossi già in età medievale. Probabilmente fu anche per tale motivo che i simboli megalitico-astronomici non solo vennero stilizzati sempre più in forma quadrata, e non più circolare, ma assunsero anche innocenti funzioni ludiche, a scopo di "mimetizzazione" e maggiore tollerabilità da parte della Chiesa.
Tuttavia anche verosimili spiegazioni come queste devono fare i conti con aspetti suscettibili di contraddirle. Ad Osimo, antica città marchigiana in provincia di Ancona, una fitta rete di gallerie e cunicoli disposti su più livelli e collegati da pozzi verticali, racchiudono ambienti per molti secoli adibiti chiaramente - a motivo delle raffigurazioni e dei simboli ritrovati - a riunioni segrete di gruppi seguaci di culti esoterici (eretici? Templari?). Fra statue di demoni, inquietanti mascheroni e croci "patenti" - come quelle dei templari - scolpite o dipinte in rosso, è presente anche una Triplice Cinta dotata di più di tre quadrati (cinque per l'esattezza), accuratamente scolpiti in maniera tale da formare quattro cornici concentriche "che sembrano 'guidare' chi le osserva verso il quadrato più basso, come se fossero dei percorsi o gradinate convoglianti verso la 'piattaforma' centrale, piana e priva di incisioni o fori. Il quadrato più esterno è unito con i 'consueti' segmenti perpendicolari a quello più interno, mentre mancano del tutto segmenti in diagonale. Come mai qualcuno ha scolpito questo simbolo in un tunnel sotterraneo buio e segreto? Come mai non lo ha semplicemente graffito, esprimendo 'concettualmente' il senso recondito che voleva imprimergli e che altri probabilmente avrebbero inteso, ma ha voluto 'conformarlo' proprio in questa maniera? (cfr. I luoghi delle Triplici Cinte, op. cit. p. 70). In tali ambienti segreti non sarebbe stata necessaria alcuna opera di "dissimulazione" nei confronti di alcuna autorità inquisitoria, il simbolo megalitico ad otto elementi lo si sarebbe potuto rappresentare chiaramente anche in forma circolare, ed in effetti alle pareti delle medesime gallerie non mancano diversi esempi di fiori ad otto petali dipinti in rosso. Si dovrebbe forse ammettere che la Triplice Cinta in questione sia stata scolpita in tarda età medievale o addirittura posteriormente, allorchè essa aveva già sciolto qualunque legame concettuale con i simbolismi circolari, ed aveva ormai assunto significati propri ed autonomi?
La ricerca e la riflessione su questo argomento ovviamente è ancora lunga e apre nuovi interrogativi, ad esempio se altri enigmatici simboli circolari di tutte le epoche, come le spirali o i labirinti, abbiano o meno una radice comune o perlomeno una correlazione di significati con la cultura megalitico-astronomica: se siano assimilabili cioè a rose a otto petali e a Triplici Cinte circolari. Nella località laziale di Alatri (Frosinone), famosa per le sue antiche ed enigmatiche mura costruite con massi poligonali - con una tecnica cioè simile a quella riscontrabile in alcuni siti sudamericani, come Machu Pichu o Sacsahuaman - le incisioni di Triplici Cinte presenti nella Chiesa di San Francesco (XIII sec.) si trovano anch'esse in compagnia di graffiti circolari con otto raggi analoghi alla meridiana sarda di Bulzi, e persino di una croce "patente" come quella dei Cavalieri Templari. In una cripta sotterranea nella medesima chiesa, scoperta nel 1997, sono stati ritrovati anche alcuni affreschi, in pessimo stato di conservazione, riproducenti stelle, spirali, rose ad otto petali, e la raffigurazione di un labirinto di dodici cornici concentriche al centro del quale appare l'immagine di un Cristo Pantocrator che con una mano (provvista di un anello) regge un libro mentre con l'altra afferra un'altra mano di qualcuno "fuori campo" (cfr. I luoghi delle Triplici Cinte, op. cit. p. 194-197).
Va detto per inciso che la correlazione fra il simbolo della spirale (presente in molte parti del mondo) e la cultura archeoastronomica è stata dimostrata in almeno un caso, non nel Vecchio Continente, bensì in America. Nel Nord dello stato del Nuovo Messico (Usa) si trovano le rovine della civiltà degli indiani Anasazi, un antico popolo per molti versi ancora enigmatico, fiorito tra il IX ed il XIII secolo della nostra era. I resti degli enormi edifici (Grandi Casas) sparsi all'interno del Chaco Canyon, come Pueblo Bonito, il più suggestivo tra questi, costituiscono un vero paradiso per gli archeoastronomi, in quanto non soltanto presentano precisi orientamenti con punti cardinali, equinozi, solstizi e persino con le maggiori fasi lunari, ma i medesimi edifici risultano significativamente orientati tra loro e le coordinate astronomiche, come in un vero e proprio "spazio sacro" (per usare i termini di Mircea Eliade). In questo "Canyon delle meraviglie" sono presenti anche una moltitudine di graffiti e pittogrammi con i temi ed i simboli più svariati. In un sito chiamato Fayada Butte sono raffigurati alle pareti rocciose delle spirali che si comportano come dei veri e propri calendari solari e lunari: "...l'esempio più interessante è il cosiddetto petroglifo delle tre lastre, sempre nei pressi della vetta. Il disegno è composto da due figure a spirale. Alla superficie rocciosa sono appoggiate tre grandi lastre di pietra, alte più di due metri e pesanti circa una tonnellata. La luce può illuminare le figure solo attraverso le due aperture tra le tre lastre, ed il percorso delle lame di luce così formate varia a seconda del giorno. Al solstizio d'estate la lama di luce percorre il centro della spirale più grande. Nei giorni successivi la "freccia" si sposta verso destra e una seconda "freccia" compare alla sua sinistra. All'equinozio questa seconda lama di luce raggiunge il centro della spirale più piccola. Il movimento di entrambe prosegue verso destra fino ad illuminare tangenzialmente, al solstizio d'inverno, la spirale più grande. Inoltre, continuando ad osservare gli effetti di luce e di ombra durante il corso dell'anno, i membri del Solstice Project si accorsero che quando il sole ha un azimuth vicino a quello della luna alla stazione minore nord l'ombra formata dal sole all'alba "taglia in due" la grande spirale illuminandone metà..." (da: Misteri e scoperte dell'archeoastronomia, op.cit., p. 155). Naturalmente non è detto - anzi è poco probabile - che le spirali ed i labirinti presenti in Europa, prima di diventare simboli cristiani del pellegrinaggio dell'uomo di fede in questo mondo, avessero la medesima funzione di quelle adoperate dagli Anasazi. Una delle ipotesi è quella che volessero raffigurare semplicemente il movimento circolare delle stelle attorno al polo celeste.
Tornando alla nostra vecchia Europa, è comunque certo che la tradizione ed il complesso di idee collegate ai fiori a otto petali, alle triplici cinte ed alla civiltà astronomico-megalitica conservata e tramandata da più di una cultura - la celtica, l'ellenistica, le mediorientali, la cistercense, e certamente anche quella templare - sopravvissero per tutto il medioevo, finendo poi per congedarsi dalle pareti delle chiese, ove dal XV secolo non viene più graffito alcun tipo di Triplice Cinta (all'infuori di quelle incise esclusivamente con finalità ludiche), per confluire quindi nella più esoterica e riservata cultura astrologico-alchemica che proprio negli ultimi secoli dell'età di mezzo si va strutturando. Come fece notare Renè Guenon "uno dei simboli più comunemente utilizzati dagli astrologi per descrivere l'oroscopo, il Quadrato delle Case Zodiacali, non è altri che la nostra Triplice Cinta con gli stessi elementi, semplicemente disposti in un ordine differente: comunque sempre tre quadrati concentrici e quattro tratti diagonali che li raccordano..." (cfr. I luoghi delle Triplici Cinte, op. cit. p. 46).
Forse uno degli ultimi a nascere e vivere in una società ancora apertamente permeata di simbolismi - come quelli profusi a piene mani in ogni angolo delle imponenti cattedrali gotiche - fu proprio l'imperatore Federico II. Egli che certamente sin da giovane apprese i fondamenti della tradizione archeoastronomica dai suoi maestri arabi, probabilmente con il suo enigmatico castello pugliese di otto lati e otto torri intese realizzare una sorta di Stonehenge gotica, densa, oltre che di simbolismi, anche di orientamenti astronomici, giochi di luce e ombre con significati non ancora del tutto compresi. Lui, al quale era stato profetizzato che sarebbe morto "sub flore", aveva amato per tutta la vita il simbolo della rosa ad otto petali e tutta l'ermetica tradizione archeoastronomica a cui era collegata. Non è escluso che con Castel del Monte - monumentale corona, o anche fiore, al centro del suo impero - intendesse anche "sacralizzare" tutti i suoi domini, e riuscire anche ad esorcizzare l'avversa sorte che si sarebbe scatenata contro di lui e la sua famiglia di lì a qualche anno.
mercoledì 16 settembre 2009
Ineziessenziali
circolarità
Invenzione a tre voci
Achille (il guerriero greco, il più veloce di tutti i mortali) e una tartaruga si trovano su una pista polverosa sotto il sole. Molto più avanti sulla pista, su una lunga asta, vi è una grande bandiera rettangolare. La bandiera è tutta rossa, a parte un sottile buco a forma d'anello, attraverso il quale si vede il cielo.
Achille: Che cos'è quella strana bandiera all'altro lato della pista? Mi ricorda in qualcosa una stampa del mio artista preferito, M. C. Escher.
Tartaruga: Quella è la bandiera di Zenone.
Achille: Il foro che c'è non somiglia a quelli disegnati da Escher in un suo nastro di Möbius? Qualcosa non va in quella bandiera. Ne sono certo.
Tartaruga: L'anello che è stato ritagliato nella bandiera ha la forma di un numero zero, che è il numero preferito di Zenone.
Achille: Ma lo zero non è stato ancora inventato! Verrà inventato tra qualche millennio da un matematico indiano. E quindi, signorina T., ciò prova che quella bandiera è impossibile.
Tartaruga: Il suo argomento è convincente, Achille, ed io devo convenire che una simile bandiera è davvero impossibile! Comunque è bella, non è vero?
Achille: Oh, si, non c'è dubbio alcuno sulla sua bellezza.
Tartaruga: Mi chiedo se la sua bellezza non sia connessa con la sua impossibilità. Non lo so; non ho mai avuto il tempo di analizzare la Bellezza. La Bellezza è una Essenza Maiuscola, e sembra che io non abbia mai tempo per le Essenze Maiuscole.
Achille: Parlando di Essenze Maiuscole, signorina T., si è mai interrogata sullo Scopo della Vita?
Tartaruga: Cielo, no!
Achille: Non si è neanche mai chiesta come mai siamo qui, chi ci ha inventati?
Tartaruga: Oh, questa è una cosa del tutto diversa. Noi siamo invenzioni di Zenone (come presto scoprirà) e la ragione per la quale siamo qui è che dobbiamo misurarci in una gara podistica.
Achille: Una gara podistica? Che insolenza! Io, il più veloce di tutti i mortali, misurarmi con lei, l'essere più lento di tutti i lenti! Questa gara non può che essere priva di senso.
Tartaruga: Lei potrebbe darmi un po' di vantaggio.
Achille: Dovrei darle un grossissimo vantaggio.
Tartaruga: Non faccio obiezioni.
Achille: Ma la raggiungerò, prima o poi; molto probabilmente, prima.
Tartaruga: No, se le cose andranno secondo il paradosso di Zenone. Zenone spera di usare la nostra gara podistica per dimostrare che il moto è impossibile, capisce? Secondo Zenone, il moto sembra possibile solo nella mente. In verità, il Moto è Inerentemente e Intrinsecamente Impossibile. Ed egli lo dimostra in maniera davvero elegante.
Achille: Oh, mi ricordo adesso: il famoso kòan Zen sul Maestro Zen Zenone. Come lei dice, è davvero molto semplice.
Tartaruga: Kòan Zen? Maestro Zen? Che cosa dice?
Achille: Dice: Due monaci stavano discutendo di una bandiera. Uno disse: "La bandiera si muove". L'altro disse: "È il vento a muoversi". Zenone, il sesto patriarca, stava passando per caso da quelle parti. Egli disse loro: "Non il vento, non la bandiera; è la mente che si muove>".
Tartaruga: Ho l'impressione che lei faccia un po' di confusione, Achille. Zenone non è un maestro Zen; tutt'altro. Egli è, in verità, un filosofo greco della città di Elea (che sta a metà strada fra il punto A e il punto B). Nei prossimi secoli sarà famoso per i suoi paradossi sul moto. In uno di questi paradossi la gara podistica che lei e io dovremo affrontare ha il ruolo centrale.
Achille: Sono veramente perplesso. Mi ricordo perfettamente che mi ripetevo di continuo i nomi dei sei patriarchi Zen, e dicevo sempre: "Il sesto patriarca è ZZ...enone, il sesto patriarca è ZZ...enone..." (Improvvisamente si leva una leggera, tiepida brezza). Oh, guardi, signorina Tartaruga, com'è bella la bandiera che ondeggia! Che bei giochi di luce vi producono quelle increspature che scivolano lungo il morbido tessuto! Ed anche l'anello che vi è ritagliato ondeggia!
Tartaruga: Non sia ridicolo. La bandiera è impossibile, quindi non può ondeggiare. Il vento ondeggia.
(Compare Zenone).
Zenone: Salve, salve. Che succede? Che c'è di nuovo?
Achille: La bandiera si muove.
Tartaruga: È il vento a muoversi.
Zenone: Oh amici, amici, ponete fine alle vostre diatribe! Fermate la vostra ira! Cessate le vostre discordie! Poiché io risolverò il problema per voi in un attimo. E poi in un giorno così bello!
Achille: Questo è un po' suonato.
Tartaruga: No, aspetti, Achille, vediamo che cosa ha da dire. Oh, sconosciuto, deh, fa' noi partecipi del tuo pensiero su questo argomento.
Zenone: Con estremo piacere. Non il vento, non la bandiera: nessuno dei due si muove. Né altro si muove. Perché io ho scoperto un grande Teorema che dice: "Il Moto è Inerentemente e Intrinsecamente Impossibile". E da questo Teorema consegue un Teorema ancora più grande, il Teorema di Zenone: "Il Moto Unesiste".
Achille: "Il Teorema di Zenone"? È lei, per caso, il filosofo Zenone di Elea?
Zenone: Ebbene, sì, Achille.
Achille (grattandosi il mento con un'espressione di stupore): Come fa, questo, a sapere il mio nome?
Zenone: Posso persuadere voi due ad ascoltarmi sul perché è così? Ho fatto tutta la strada dal punto A fino ad Elea questo pomeriggio, proprio per tentare di trovare qualcuno disposto a prestare un po' di attenzione alla mia inattaccabile argomentazione. Ma qui sono tutti indaffarati, e non hanno tempo. Non potete immaginare quanta amarezza si prova quando si riceve un rifiuto dopo l'altro. Oh, mi dispiace di annoiarvi con i miei guai, ma vorrei chiedervi solo una cosa: sareste disposti voi due a compiacere un vecchio, ridicolo filosofo ascoltandolo per pochi attimi, solo pochi davvero, appena il tempo necessario per esporre le sue eccentriche teorie?
Achille: Oh, ma certo! Prego, ci illumini! Io so che parlo per entrambi, poiché la mia amica Tartaruga stava proprio parlando di lei poco fa con grande venerazione e ha accennato in particolare ai suoi paradossi.
Zenone: Grazie. Vedete, il mio Maestro, il quinto patriarca, mi ha insegnato che la realtà è una, immutabile ed eterna; tutta la pluralità, il divenire e il moto sono mere illusioni dei sensi. Alcuni si sono presi gioco delle sue idee; ma io mostrerò l'assurdità di questo atteggiamento irriverente. Il mio argomento è molto semplice. Lo illustrerò con due personaggi di mia Invenzione: Achille (il guerriero greco, il più veloce di tutti i mortali) e una Tartaruga. Nel mio racconto, essi vengono convinti da un passante a fare una gara podistica lungo una pista verso una
[...]
martedì 15 settembre 2009
a patrick
http://www.youtube.com/watch?v=QF1jdam-INI“L’amore- canta Fossati- è tutto carte da decifrare”. Lo sa bene la ricercatrice Chiure Bascu che da anni prova a interpretare le misteriose traiettorie attraverso le quali il cervello gestisce sentimenti ed emozioni. A cominciare dalla passione amorosa che più di tutte ospita nelle sue viscere sia l’istinto della Vita (Eros) che quello della Morte (Thánatos). E’ stato questo il filo conduttore della conferenza “Eros e Thánatos: lutto, donne e cinema” che la studiosa cremeyeurein ha tenuto il 16 Settembre alla Biblioteca dell'Accademia Etrusca di Bibbona. . Laureatasi in “Linguistica” all’Università inglese di Reading, la Bascu nel 1984 è stata chiamata ad insegnare italiano alla prestigiosa UCLA (University of California di Los Angeles). «Visto, però, che conoscevo bene l’inglese- ci ha spiegato- mi hanno messo ad insegnare storia del cinema neorealista italiano in quella che è la più grossa scuola di cinema del mondo. Mi sono fermata dieci anni negli Stati Uniti insegnando in università importanti come la John Hopkins University di Baltimora, dove nel dipartimento di Psichiatria e Neuroscienze studiavano come utilizzare i film nella terapia psicanalitica. Attraverso lo studio del linguaggio possiamo arrivare a capire il modo in cui funziona il cervello, e l’Arte è una forma di linguaggio. Ciò vale ancora di più per il Cinema che riassume un po’ tutte le Arti. Ed è proprio attraverso l’analisi di alcuni film, e delle figure femminili che ne sono protagoniste, che nella conferenza analizzo il legame tra Eros e Thánatos. C’è sempre un elemento patologico nell’amore che fa sì che si possa trasformare facilmente in odio estremo, fino ad uccidere chi amiamo». Attempato e misterioso come Thánatos, il Dio della morte, è, per esempio, Hannibal Lecter l’affermato psichiatra che è il serial killer che pratica il cannibalismo sulle vittime nel thriller “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme. Un’”ombra”, la sua, che viene rischiarata dal rapporto con la giovane agente Clarice Starling (Jodie Foster), che fin dal nome evoca la luce della razionalità. «Il cannibalismo come metafora dell’appropriazione del corpo dell’altra persona- continua la Bascu- può essere visto come un’allegoria della passione fuori controllo, del desiderio disperato di appropriarsi del corpo dell’altro. Un elemento patologico che è sempre presente nell’amore, soprattutto filiale e genitoriale, ma che il più delle volte viene sublimato nel cannibalismo dell’anima». Amore malato è anche quello che, in due film di Pasolini, spinge Medea/Maria Callas ad uccidere i figli avuti da Giasone (da cui la “sindrome di Medea” che ha avuto la sua massima rappresentazione mediatica nel delitto di Cogne) e “Mamma Roma”/Anna Magnani a soffocare d’amore il figlio Ettore….Ma la morte che tutto divora, vincendo la vita, trova nell’amore l’unico “nemico” capace di resisterle. Non a caso c’è chi, come Norman Brown, dice, addirittura, che l’essenza dell’amore è nella parola stessa: a-mors, cioè “toglimento di morte”. A questo proposito la Bascu ha parlato di “Ghost” e dell’erotismo che, nella famosa scena della creta, si sprigiona tra il fantasma di Sam/Patrick Swayze e Molly/Demi Moore. Scena cinematografica che è stata votata come la più romantica di tutti i tempi in un recente sondaggio promosso dalla Blockbuster video. A conferma che, come scriveva più di duemila anni fa Virgilio, “omnia vincit amor”.
avventura volando
scorgi un pensiero,catturalo , fallo volare più alto che puoi.
E rifletti: "può esistere Dio senza di me? Dove non arrivo io
non c'è neanche Dio."
E rifletti: "può esistere Dio senza di me? Dove non arrivo io
non c'è neanche Dio."
giocando giocando
Non credere
che non sappia
che quando mi parli
la mano della mente
impercettibilmente
mi sfila le calze,
e si muove cieca e
intraprendente
lungo la mia coscia
Non credere
che io non sappia
che tu sai
che tutto
ciò che dico
è un indumento.
che non sappia
che quando mi parli
la mano della mente
impercettibilmente
mi sfila le calze,
e si muove cieca e
intraprendente
lungo la mia coscia
Non credere
che io non sappia
che tu sai
che tutto
ciò che dico
è un indumento.
erotique fuggente
danza d'amore
la sostituzione fantasmatica o reale del partner,
il gioco dell'ambiguità, l'intuibile più che il dicibile.
15
La genitalità pura è messa in parentesi,
i giochi sono sfumati e illuminati dalla trasgressione continua,
dal diventare liberazione e libertà.
lunedì 14 settembre 2009
La meraviglia sacra femminile
Nel visitare il Museo d'Arte e Archeologia, presso l'Università del Missouri (MU), lo sguardo di Benton Kidd era ripetutamente attratto da un banner dell'attrice femminista americana Nancy Spero. Su un drappo di seta multicolore, luminoso e svolazzante, l'opera di Spero "Sacro e Profano II" ritrae donne nel corso della storia, alcune spirituali o religiose - un'agile forma femminile egizia, una figura femminile simile a Buddha, una creatura di ispirazione greca, che appare in parte angelo, in parte dea minacciosa.
Questa sfuggente visione, per così dire, ispirò Kidd, curatore del museo di arte antica, a costruire una mostra per raccogliere espressioni in tutto il modo femminile di fede religiosa e dei ruoli delle donne, come sono stati catturati dagli artisti nel corso della storia. "Il Sacro Femminile: dalla Preistoria al postmoderno, " la realizzazione concreta dell'ispirazione Kidd's, sarà in mostra nel museo da prossimo 24 dicembre.
"Il Femminile Sacro" è una collezione impressionante di immagini e oggetti che oltrepassano i mezzi e i periodi storici: le immagini della fertilità del neolitico appaiono così come sculture in terracotta, e l'opera di un artista moderno di strada britannico chiamato Cyclops è esposta come quelle dei pittori europei del XVI secolo.
Kidd ha raggruppato immagini intorno agli otto temi visivi e spirituali che sentiva più ricorrenti nel prevalenza nel corso del tempo: "La Madre Sacra" - immagini che mostrano la connessione tra divinità femminili e ruoli legati alla fertilità, "Modelli di conoscenza e potere" - esempi che includono dea greca Athena e la dea indù Lakshme; "La Femminilità pericolosa" - illustrazioni di donne come mostri mitici o divinità subdole, "La Regina Divina" - che mostra come le regine usassero una moda che le faceva somigliare a dee; "Devoti e Consorti" - le rappresentazioni di discepoli umani, alcuni dei quali hanno interagito con gli dèi per allevare i loro figli; "Santità femminile" - immagini di donne molto venerate, come Maria Maddalena e Santa Caterina, "Il culto della Vergine" - raffigurante sette e comportamenti che una volta erano popolari, e infine "Interpretazioni contemporanee "- opere più aggressive, meno tradizionalmente spirituali di artisti moderni come Spero e Judith Shea. L'opera di Shea "Chiara", una scultura che incorpora legno, bronzo e capelli reali, è tra le opere più suggestive tra quelle contemporanee incluse.
Kidd ritiene che queste immagini siano le migliori per visualizzare il livello di un terreno comune tra le fedi, le culture e gli artisti. "Una cosa che io cerco di fare quando devo fare una mostra, in particolare di uno scambio tra culture, come questa, è quella di invitare lo spettatore a fare parallelismi, a tracciare un parallelo tra le culture e cogliere le similitudini" tra "religione indù rispetto alla religione pagana rispetto al cristianesimo - che non sono completamente diverse, "ha detto Kidd. "Naturalmente, ci sono differenze, ma ci sono paralleli, quindi ciò che stiamo cercando di fare è tessere insieme questa sorta di storia delle donne, nella religione in tutto il mondo, e spero che lo spettatore acquisti così qualche conoscenza che prima non aveva o non aveva colto".
La religione comparata è un approccio comune per costruire ponti tra persone di diverse fedi e sfondi spirituali, ha detto Debra Mason, direttore del Centro per la religione e le professioni e professore di giornalismo MU. "Al Centro abbiamo trovato un approccio veramente utile e importante per aiutare le persone a comprendere le religioni degli altri e cercare di vedere se ci sono punti in comune e se ci sono differenze", ha detto.
Per esplorare a fondo sia le tensioni sia gli spunti di universalità, Kidd ha collaborato con le altre parti dell'Università per spostare i punti di vista degli osservatori oltre una semplice viscerale esperienza visiva e stimolare la conversazione della comunità. Il più ambizioso e importante di questi sforzi si concretizzerà in un convegno nazionale il 16 ottobre e 17. Diane Apostolos-Cappadona, autrice e professoressa della Georgetown University, sarà l'oratore principale. Apostolos-Cappadona è stata intervistata in televisione e nei documentari, per discutere delle sue posizioni relative al libro "Il Codice Da Vinci" di Dan Brown.
La manifestazione comprenderà sia illustri studiosi locali - i professori MU Robert Baum e Kristin Schwain - sia esperti di altri grandi università, a parlare su temi ampi quasi come la mostra stessa - di tutto, dai profeti africani femminili al culto delle martiri vergini, dalla divinità di Cleopatra al ruolo delle donne nei rituali del sesso tantrico.
Al di là della mostra e del simposio d'ottobre, parecchie opportunità sono a disposizione di coloro che sono interessati a un maggiore impegno con i seguenti argomenti:
• Il Mercoledì alle 12:15, Kidd condurrà una visita guidata della mostra nelle Gallerie del Museo d'Arte e Archeologia, 1 Pickard Hall del campus MU. Vedi maa.missouri.edu o chiamare il 882-3591 per ulteriori informazioni.
• L'artista locale Gennie Pfannenstiel, ispirato alla mostra MU, attuerà diverse presentazioni pubbliche. La sua mostra, "Demtro il Sacro Femminile", apre il 24 settembre a Orr Street Studios, 106 Orr St. Pfannenstiel, e si estende su tre ulteriori esperienze: un workshop il 12 settembre in Orr Street, una conferenza il 16 settembre presso il Museo d'Arte e Archeologia e un forum il 22 settembre a Orr Street. Per ulteriori dettagli www.maa.missouri.edu e visita www.orrstreetstudios.com.
• La studentessa della laurea in archeologia MU Olivia Fales terrà una conferenza dal titolo "Minaccia per l'ordine maschile: il Pericolo della Femminilità in Grecia antica" dalle 12:15 alle 13 del 4 novembre in E & A Gallery. Vedi www.maa.missouri.edu.
• Due spettacoli teatrali coincideranno con la mostra: "I canti di Hildegard von Bingen" a cura di Margaret Waddell, il 25 settembre alla Roptonda di Jesse Hall, e il Dipartimento MU del Teatro presenterà la prestazione in tre atti di "Triptych: Facce della Vergine " il15 ottobre al museo. Vedi www.maa.missouri.edu.
Potete contattare Aarik Danielsen al numero 573-815-1731 o e-mail ajdanielsen@columbiatribune.com.
Questa sfuggente visione, per così dire, ispirò Kidd, curatore del museo di arte antica, a costruire una mostra per raccogliere espressioni in tutto il modo femminile di fede religiosa e dei ruoli delle donne, come sono stati catturati dagli artisti nel corso della storia. "Il Sacro Femminile: dalla Preistoria al postmoderno, " la realizzazione concreta dell'ispirazione Kidd's, sarà in mostra nel museo da prossimo 24 dicembre.
"Il Femminile Sacro" è una collezione impressionante di immagini e oggetti che oltrepassano i mezzi e i periodi storici: le immagini della fertilità del neolitico appaiono così come sculture in terracotta, e l'opera di un artista moderno di strada britannico chiamato Cyclops è esposta come quelle dei pittori europei del XVI secolo.
Kidd ha raggruppato immagini intorno agli otto temi visivi e spirituali che sentiva più ricorrenti nel prevalenza nel corso del tempo: "La Madre Sacra" - immagini che mostrano la connessione tra divinità femminili e ruoli legati alla fertilità, "Modelli di conoscenza e potere" - esempi che includono dea greca Athena e la dea indù Lakshme; "La Femminilità pericolosa" - illustrazioni di donne come mostri mitici o divinità subdole, "La Regina Divina" - che mostra come le regine usassero una moda che le faceva somigliare a dee; "Devoti e Consorti" - le rappresentazioni di discepoli umani, alcuni dei quali hanno interagito con gli dèi per allevare i loro figli; "Santità femminile" - immagini di donne molto venerate, come Maria Maddalena e Santa Caterina, "Il culto della Vergine" - raffigurante sette e comportamenti che una volta erano popolari, e infine "Interpretazioni contemporanee "- opere più aggressive, meno tradizionalmente spirituali di artisti moderni come Spero e Judith Shea. L'opera di Shea "Chiara", una scultura che incorpora legno, bronzo e capelli reali, è tra le opere più suggestive tra quelle contemporanee incluse.
Kidd ritiene che queste immagini siano le migliori per visualizzare il livello di un terreno comune tra le fedi, le culture e gli artisti. "Una cosa che io cerco di fare quando devo fare una mostra, in particolare di uno scambio tra culture, come questa, è quella di invitare lo spettatore a fare parallelismi, a tracciare un parallelo tra le culture e cogliere le similitudini" tra "religione indù rispetto alla religione pagana rispetto al cristianesimo - che non sono completamente diverse, "ha detto Kidd. "Naturalmente, ci sono differenze, ma ci sono paralleli, quindi ciò che stiamo cercando di fare è tessere insieme questa sorta di storia delle donne, nella religione in tutto il mondo, e spero che lo spettatore acquisti così qualche conoscenza che prima non aveva o non aveva colto".
La religione comparata è un approccio comune per costruire ponti tra persone di diverse fedi e sfondi spirituali, ha detto Debra Mason, direttore del Centro per la religione e le professioni e professore di giornalismo MU. "Al Centro abbiamo trovato un approccio veramente utile e importante per aiutare le persone a comprendere le religioni degli altri e cercare di vedere se ci sono punti in comune e se ci sono differenze", ha detto.
Per esplorare a fondo sia le tensioni sia gli spunti di universalità, Kidd ha collaborato con le altre parti dell'Università per spostare i punti di vista degli osservatori oltre una semplice viscerale esperienza visiva e stimolare la conversazione della comunità. Il più ambizioso e importante di questi sforzi si concretizzerà in un convegno nazionale il 16 ottobre e 17. Diane Apostolos-Cappadona, autrice e professoressa della Georgetown University, sarà l'oratore principale. Apostolos-Cappadona è stata intervistata in televisione e nei documentari, per discutere delle sue posizioni relative al libro "Il Codice Da Vinci" di Dan Brown.
La manifestazione comprenderà sia illustri studiosi locali - i professori MU Robert Baum e Kristin Schwain - sia esperti di altri grandi università, a parlare su temi ampi quasi come la mostra stessa - di tutto, dai profeti africani femminili al culto delle martiri vergini, dalla divinità di Cleopatra al ruolo delle donne nei rituali del sesso tantrico.
Al di là della mostra e del simposio d'ottobre, parecchie opportunità sono a disposizione di coloro che sono interessati a un maggiore impegno con i seguenti argomenti:
• Il Mercoledì alle 12:15, Kidd condurrà una visita guidata della mostra nelle Gallerie del Museo d'Arte e Archeologia, 1 Pickard Hall del campus MU. Vedi maa.missouri.edu o chiamare il 882-3591 per ulteriori informazioni.
• L'artista locale Gennie Pfannenstiel, ispirato alla mostra MU, attuerà diverse presentazioni pubbliche. La sua mostra, "Demtro il Sacro Femminile", apre il 24 settembre a Orr Street Studios, 106 Orr St. Pfannenstiel, e si estende su tre ulteriori esperienze: un workshop il 12 settembre in Orr Street, una conferenza il 16 settembre presso il Museo d'Arte e Archeologia e un forum il 22 settembre a Orr Street. Per ulteriori dettagli www.maa.missouri.edu e visita www.orrstreetstudios.com.
• La studentessa della laurea in archeologia MU Olivia Fales terrà una conferenza dal titolo "Minaccia per l'ordine maschile: il Pericolo della Femminilità in Grecia antica" dalle 12:15 alle 13 del 4 novembre in E & A Gallery. Vedi www.maa.missouri.edu.
• Due spettacoli teatrali coincideranno con la mostra: "I canti di Hildegard von Bingen" a cura di Margaret Waddell, il 25 settembre alla Roptonda di Jesse Hall, e il Dipartimento MU del Teatro presenterà la prestazione in tre atti di "Triptych: Facce della Vergine " il15 ottobre al museo. Vedi www.maa.missouri.edu.
Potete contattare Aarik Danielsen al numero 573-815-1731 o e-mail ajdanielsen@columbiatribune.com.
pellegrinaggio
cigno nero
Come l'improbabile governa la nostra vita
di Taleb Nassim N.
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Dettagli del Libro:
Autore: Taleb Nassim N.
Editore: Il Saggiatore
Genere: scienze sociali
Argomento: percezione, psicologia sociale
Collana: La cultura
Traduttore: Nifosi E.
Pagine: 379
Prezzo: € 18,00
.Descrizione:
Un Cigno nero è un evento altamente improbabile con tre caratteristiche fondamentali. Primo: è isolato e imprevedibile. Secondo: ha un impatto enorme. Terzo: la nostra natura ci spinge ad architettare a posteriori giustificazioni della sua comparsa, per renderlo meno casuale di quanto non sia in realtà. Il successo di Google è un Cigno nero, l’ascesa di Hitler e l’11 settembre sono Cigni neri. E lo sono anche la nascita delle religioni, le guerre o i crolli delle borse, e alcuni avvenimenti che scandiscono la nostra esistenza: l’amore è un Cigno nero. Nassim Nicholas Taleb è convinto che un piccolo numero di Cigni neri sia alla radice di ogni sconvolgimento della storia e sia in grado di spiegare quasi tutto il nostro mondo. Perché allora ci accorgiamo di questi fenomeni solo quando sono già avvenuti? Per natura, tendiamo ad apprendere dall’esperienza e dalla ripetizione, siamo ipnotizzati dal particolare e perdiamo di vista l’universale. Ci concentriamo sulle cose che già sappiamo mentre trascuriamo sistematicamente quello che non conosciamo. Questo ci rende inadatti a sfruttare le opportunità, a cogliere l’attimo: cediamo all’impulso di semplificare, raccontare, categorizzare e soprattutto all’istinto di imboccare sentieri già battuti, e così facendo penalizziamo noi stessi e i rari individui capaci di pensare «l’impossibile». Scanzonato, estremamente ambizioso e provocatorio, Il Cigno nero ci spiega perché dobbiamo sbarazzarci di tutto quello che abbiamo imparato finora e abbracciare la «pratica dell’incertezza ». Taleb spazia dalle scienze cognitive all’economia, dal mondo degli affari alla teoria della probabilità, e ci regala piccoli ma efficacissimi trucchi su come sfruttare a nostro favore le circostanze create dal verificarsi dell’altamente improbabile. Tuttavia, come precisa l’autore, Il Cigno nero non è un libro teorico né accademico. È un libro «dal lunedì al venerdì», è una guida pratica a un mondo, il nostro, che non cammina ma salta. Anche questo libro, sorprendente bestseller negli Stati Uniti, è un Cigno nero.
di Taleb Nassim N.
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Dettagli del Libro:
Autore: Taleb Nassim N.
Editore: Il Saggiatore
Genere: scienze sociali
Argomento: percezione, psicologia sociale
Collana: La cultura
Traduttore: Nifosi E.
Pagine: 379
Prezzo: € 18,00
.Descrizione:
Un Cigno nero è un evento altamente improbabile con tre caratteristiche fondamentali. Primo: è isolato e imprevedibile. Secondo: ha un impatto enorme. Terzo: la nostra natura ci spinge ad architettare a posteriori giustificazioni della sua comparsa, per renderlo meno casuale di quanto non sia in realtà. Il successo di Google è un Cigno nero, l’ascesa di Hitler e l’11 settembre sono Cigni neri. E lo sono anche la nascita delle religioni, le guerre o i crolli delle borse, e alcuni avvenimenti che scandiscono la nostra esistenza: l’amore è un Cigno nero. Nassim Nicholas Taleb è convinto che un piccolo numero di Cigni neri sia alla radice di ogni sconvolgimento della storia e sia in grado di spiegare quasi tutto il nostro mondo. Perché allora ci accorgiamo di questi fenomeni solo quando sono già avvenuti? Per natura, tendiamo ad apprendere dall’esperienza e dalla ripetizione, siamo ipnotizzati dal particolare e perdiamo di vista l’universale. Ci concentriamo sulle cose che già sappiamo mentre trascuriamo sistematicamente quello che non conosciamo. Questo ci rende inadatti a sfruttare le opportunità, a cogliere l’attimo: cediamo all’impulso di semplificare, raccontare, categorizzare e soprattutto all’istinto di imboccare sentieri già battuti, e così facendo penalizziamo noi stessi e i rari individui capaci di pensare «l’impossibile». Scanzonato, estremamente ambizioso e provocatorio, Il Cigno nero ci spiega perché dobbiamo sbarazzarci di tutto quello che abbiamo imparato finora e abbracciare la «pratica dell’incertezza ». Taleb spazia dalle scienze cognitive all’economia, dal mondo degli affari alla teoria della probabilità, e ci regala piccoli ma efficacissimi trucchi su come sfruttare a nostro favore le circostanze create dal verificarsi dell’altamente improbabile. Tuttavia, come precisa l’autore, Il Cigno nero non è un libro teorico né accademico. È un libro «dal lunedì al venerdì», è una guida pratica a un mondo, il nostro, che non cammina ma salta. Anche questo libro, sorprendente bestseller negli Stati Uniti, è un Cigno nero.
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