giovedì 11 febbraio 2010

incondizionata mente


Come le stelle,
 un difetto della vista,
 come lampada,
Un finto spettacolo,
 gocce di rugiada,
 o una bolla,
Un sogno,
 un lampo balenante,
o una nuvola.

canto informale


11
fiamma di una candela
anello di fumo
corteo di nubi

Laris Hapsnei comferma


La tradizione, Principe,
 non è il culto delle ceneri
- mi conferma Laris Hapsnei -
 ma la trasmissione del fuoco.

Libri Di Lino


"l'unità psichica della persona
attraversa
lo srotolare del tempo"
(Wasco)

Nell'antichità del nostro tempo,intesa come successione e integrazione  perpetua  di spazio,  la scrittura conserva per lungo tempo un carattere magico-religioso, divenendo una sorta di intermediaria dei voleri divini di cui i sacerdoti sono  interpreti. Attributo specifico di alcune divinità particolari del pantheon etrusco è il rotolo di carta-pecora, di tela o di papiro, sul quale viene scritto il destino dell'individuo o della sua famiglia. Un "volumen" che contiene l'intera biografia e che viene srotolato o letto da Vanth, dea infera, o da Lasa,  genio femminile che presiede al destino degli uomini e delle famiglie eminenti. Invece il "dittico", utilizzato nella vita quotidiana per testi brevi, è il supporto sul quale profeti e indovini, in diretto contatto con la divinità, trascrivono  gli oracoli sostituendo così i materiali più antichi e precari, come le foglie sulle quali la Sibilla di Cuma suole scrivere i suoi responsi.
 
MUMMIA DI ZAGABRIA

Anche se il papiro, importato dall'Egitto, si diffuse forse precocemente in Italia tramite il commercio degli Ioni, che alla fine del VII secolo a.C. avevano fondato una colonia commerciale a Naucrati sul delta del Nilo, dobbiamo presumere che per testi più lunghi i tessuti di lino, coltivato diffusamente, ebbero maggior successo. I libri di lino contengono  rituali sacri, come ricorda Livio a proposito degli archivi templari di Roma, di Aquilonia nel Sannio, di Anagni nel paese degli Ernici, ma anche liste di magistrati, come nel tempio di Giunone Moneta, sempre a Roma.
I Libri Sibillini ( raccolta di responsi oracolari scritti in lingua greca e conservati nel tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio) che  il Re Lucumone  Tarquinio ha  acquistato da una vecchia donna e che vengono  consultati in occasioni specifiche, erano di lino.
L'unico libro di questo tipo giunto fino a noi è appartenuto  all'Aruspice Wauxer   e fu trovato casualmente quando, verso la prima metà del XIX secolo il nobile croato Mihail de Brariae portò in patria una mummia da un suo viaggio in Egitto, comprata da mercanti del luogo trafugatori di tombe secolari. Nel 1892 l'egittologo Brugsch nell'andare ad esaminare la mummia si accorse che le bende di lino che l'avvolgevano non erano altro che un antico testo etrusco riutilizzato dagli imbalsamatori egizi forse per carenza di materiale. Rimase stupito nel verificare che il testo comprendeva tante parole da rappresentare il più lungo testo etrusco fino ad allora ritrovato. Restituire l'integrità al testo, che fu tagliato in bende per avvolgere la mummia, non fu semplice. Il libro ha una trama fitta e i due inchiostri che furono usati, nero per il testo, rosso per una sorta di "impaginazione", non vennero bene assorbiti, forse perché il tessuto aveva subito un trattamento specifico.
Il libro è costituito da colonne che contengono 34 righe di scrittura per un totale di 230 righe, larghe circa 24 cm., e di circa 1350 parole in totale che naturalmente non sono tutte traducibili, per i danni provocati dall'usura del tempo, dall'utilizzo improprio e anche perchè alcuni termini risultano completamente sconosciuti agli esperti ancora oggi. E' inquadrato da una doppia linea rossa che, secondo una recente interpretazione, doveva corrispondere alle piegature del libro. Esso si presentava dunque con pagine disposte l'una sull'altra, che venivano "sfogliate" a fisarmonica da destra verso sinistra, secondo la direzione della scrittura. Il contenuto del libro si riferisce ad un calendario rituale che specificava le cerimonie da compiere in giorni prestabiliti in onore di varie divinità. Le prescrizioni di carattere religioso sono tipiche dell'area tra Perugia, Cortona,Castiglio Fiorentino  ed il Lago Trasimeno. Il riutilizzo di questo antico testo etrusco come semplice bendaggio di una mummia egizia testimonia comunque l'esistenza di rapporti sociali che intercorrevano tra queste due antiche civiltà. Per disposizioni testamentarie, il "libro linteo" venne donato dal nobile Mihail de Brariae al Museo di Zagabria, dove è conservato dal 1862.
Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio codex, redatto da uno scrivano attento alla regolarità orizzontale delle righe, agli spazi, ai paragrafi, alle sottolineature in rosso. La tarda epoca del testo, copiato intorno agli inizi del II secolo a.C., indica che nell'ambiente sacerdotale si era conservata, per libri di contenuto liturgico, una tradizione più antica, che resisteva all'uso ormai dilagante dei libri scritti su papiro.
Di questa tradizione, che in tempi precedenti aveva permesso a sacerdoti e magistrati di redigere interi libri in cui si condensava il sapere scientifico-religioso o la storia locale, si hanno documenti solo indiretti. In alcuni monumenti sepolcrali etruschi del IV secolo a.C., accanto al defunto è rappresentato un drappo ripiegato che deve essere identificato come un libro di lino: esso raffigura uno degli strumenti per eccellenza che il titolare del sepolcro, magistrato o aruspice, aveva utilizzato nella sua vita oppure un libro vero e proprio che egli aveva scritto.
E probabile che, accanto ai libri scritti, esistessero in quest'epoca anche i libri illustrati. A differenza di quanto accadeva nel mondo greco, dove questa tradizione, a partire dal IV secolo a.C., interessava la letteratura scientifica e quella poetica, c'è da presumere che in Italia, prima del pieno ellenismo, essa fosse utilizzata per commentare a scopo didattico i libri degli auguri o anche quei libri acherontici che, in Etruria , narravano del destino degli uomini dopo la morte.

segreti segreti


Riflesso nello schermo
il  viso rovesciato.
Un viso simile a un fiore.
Come se stesse svelando segreti.

Larthia Sparne indecisa


Indecisa  Larthia Sparne.  Indecisa mentre lo sguardo apprende a vedere, l’intelligenza a cogliere il nucleo delle cose, il cuore a sopportare le cose tollerabili e quelle intollerabili.

mercoledì 10 febbraio 2010

città eterna Etrusca


Il sole splendeva luminoso sulla città eterna. No, non è Roma, che ha la maggior parte dei suoi edifici in rovina. Questa è la città eterna Etrusca , costruita dai suoi cittadini, perché non avevano altro posto dove andare, perché erano  stati esiliati.  E ' una città fatta né di pietra, né di acciaio, ma delle leghe di titanio di qualità superiore. E' una città che non sarebbe stata erosa da quel vecchio nemico di tutte le cose in questo mondo, che noi conosciamo come Padre Tempo. E ' una città con un tasso di criminalità pari a zero. I suoi abitanti hanno una forma di democrazia diretta senza paragoni altrove su questo pianeta. E ' una città di robot intelligenti .


Io uso le parole 'Il sole splendeva', perché adesso non c'è il sole. Quelli umani sanguinosi hanno finalmente blanked it out. L'offensiva è che accada oggi. Quelli poveri ignari esseri umani non hanno alcuna idea degli orrori in serbo per loro. Per anni, sono stati esaminati, ho studiato minuziosamente, i loro punti deboli, osservato. Le povere anime non hanno  alcuna possibilità. Oggi è il giorno quando due mondi si scontrano ...

Ramtha Chairei vagante


Ramtha Chairei vagante, nella casa, come cercando il sentiero misterioso che la dovrebbe condurre  ad incontrare qualcuno: o forse una solitudine soltanto, priva d’ogni pieta' e d’ogni imagine. Dalla cucina senza piu' fuoco alle stanze, senza piu' voci: occupate da poche mosche. E intorno alla casa vede ancora la campagna, il sole.

Laris Frislie


La fiducia in te è l'ignoranza di me '
- tuona Laris Frislie.
 Se arroganti vi sentite,
è perché c'è
qualcosa che io non so.

mostra Laris Frislie -


Lo Specchio dei Tempi Moderni
mostra Laris Frislie -- è profondo, oscuro e
disponibile in tutte le forme e le forme
 non seguono le Norme o regole.
A volte un amico è
Che è solo un modo di dire 'onesto'
A volte è il Mentore
Che ti mette sù un test.
Alto, magro, grasso e grosso
Forse un Corno occasionale o Muso
uno volte sei il diavolo
un onnipotente incarnato a volte.......
a volte la bellezza incantata
talvolta un impietosa Calvizie.

martedì 9 febbraio 2010

su Venere uragano



Su Venere
cammineremo insieme
Una sera in una qualche
altra nostra vita
Il buio si alternerà alla luce
Ma nel tempo non ci sarà
 dietro davanti
Senza peso ogni passo audace
Dentro al caos in un infinito fluido
Voliamo
Intorno intorno pianeti
 sconosciuti scorrono
Le stelle brillano e spargono
 dorata polvere di stelle
Senza peso il corpo è spirito
Senza materia nella patria lontana
Voliamo
Per il futuro ci diamo
 appuntamento questa sera
Ci ritroveremo
nel paese della mente.

terapia olistica


Prendere il treno", ha detto L'Aruspice Vulca. "Chi ha preso il treno è stato guarito."
"Sì, beh, sai ... mi piace questo dolore. Mi fa sentire vivo."
"Conosco le vostre tendenze masochiste. Ma la tua non è come un sanguinamento e arrivi a leccarti le ferite e bere il tuo sangue, sai. Questo è il dolore muscolare. Stai invecchiando,sei rigido e si deve agire alla vostra età. Basta con questa esercizio."
"Bah! Nel mio cuore sono sempre 16 anni , e lo sai. Fintanto che la mente è giovane, il corpo deve  obbedire. Basta sentire vecchio me stesso e di sentire  ventilazione fuori di me."
"Bene, qualunque cosa tu dica. Ma per ora, occorre solo andare a bordo del treno maledetto. Stò diventando sempre più annoiato qui, mentre mi trovano a letto senza far nulla.""Che cosa è questo treno? Non mi voglio spostare di un millimetro."
"Oh, ma è necessario, lo sai. Devi muoverti. Vieni, ti aiuto. La fermata più vicina è molto vicino, la stazione di Aah".
"Bene, mi sposterò, mi sposterò. E dove posso scendere?"
"Alla stazione di Aaha. Hanno una curvatura spazio-tempo, che ci porterà di nuovo qui".
"Oh bello . Allora, qual è questo treno chiamato?"
"Film . Aaha . Guarigione istantanea".

Selva Cimina


Nell’età AUGUSTEA, Tito Livio (IX,36-39), il grande storico romano, riferendo gli allenamenti del 310 a.C. così la descrive:”Era in quel tempo la selva Cimino più impraticabile e spaventosa (invia atque orrenda) di quanto non lo siano oggi le foreste della Germania e nessuno fino allora vi era penetrato, neppure i mercanti, né ardiva qualcuno entrarvi”


Da quando,
“…sopra le congiunte ville
cal superato Cimino a gran passi
calò gradivo poi, piantando i segni
fieri di roma…”
(G.Carducci:Alle fonti del Clintumno)

la selva, costituita da castagni, querce, e più in alto da faggi, è andata progressivamente riducendosi sino ad essere limitata, attualmente, alle alture ed ai colli più prossimi al Cimino. La sua distruzione è antica; basti dire che molte navi della flotta romana della prima uerra punica vennero costruite con il legno dei boschi cimini.

La selva cimino conserva anche sparse tracce della presenza dell’uomo preistorico (armi litiche al Museo Pigorini in Roma) e specialmente dell’uomo appenninico (Età del Bronzo) che quassù portava le sue mandrie secondo l’andamento stagionale.
Questa, che poteva essere fino a qualche anno fa un’ipotesi, è stata confermata dal ritrovamento e dallo studio proprio sulla vetta del vulcanico Monte Cimino (altezza 1053 m) di un insediamento – un castelliere – dell’età del bronzo con tutto un recinto artificiale – per altro già segnalato nel 1894 – formato da pietre vulcaniche con un terrapieno di piccole scaglie e detriti. Inoltre le ricerche e gli studi compiuti in questi ultimi decenni – in particolare dopo la scoperta del santuario delle acque in località Arcella nel comune di Canapina e la dedica alla dea Salute e alla Bona Dea  – stanno delineando una diversa visione e concezione del massiccio cimino e dell’immediato perimetro submontano.
“…il grande comprensorio montano del Cimino, ammantato nell’antichità dalla celeberrima silva di liviana memoria, dagli alberi secolarie dal sottobosco impenetrabile, comincia ad apparirci sotto una luce nuova.
Quella che ricompare è un’immensa area sacra, una res divini iuris, un territorio appartenente a nessuno dei centri circumvicini raramente impiantati al di sopra della quota-tabù dei 300 m.circa s.l.m. donde pare che iniziasse l’area degli antichi religiosa loca…” (Livio Gasperini)
E ancora: “…il Mons Ciminius con le sue foreste e le sue sorgenti appare come un luogo consacrato a varie divinità protettrici dei boschi e delle acque” (M.A. De Lucia Brolli)
È in questa ottica unificante che meglio si possono comprendere i resti antichi quali l’accennato tempio a Giove Cimino, il santuario della Bona Dea all’Arcella, il culto dei Lari Semitales, i resti della Selva di Malano, e non ultima la localià di S.Maria in Luco nel territorio di Soriano che nel nome tradisce il culto ad una divinità pagana femminile continuato nella sfera del sacro cristiano.
Un’ultima notizia;in alto laddove termina l’attuale strada che adduce alla Faggeta, poco distante dalla vetta del Cimino, vi è una rarità naturale: il sasso menicante o detto naticarello. Si tratta di un enorme macigno dalla forma pressoché ovoidale di peperino del peso stimato di 250 tonnellate che poggia la sua limitata base su una piattaforma rocciosa sì che facendo leva con un modesto palo oscilla vistosamente. Esso era già conosciuto fin dall’antichità; Plinio il Vecchio lo definisce naturae miraculum, Gallo terrestre navigium, e Marrone totius mundi portentum.

mi confida Hirumna Palpnei .



 amo due donne - mi confida  Hirumna Paipnei .
Una creata dalla mia immaginazione,
L'altra deve ancora nascere.

sostanza etrusca

In ogni cosa Principe arriva sino alla sostanza. Nel lavoro, cercando la tua strada, nel tumulto del cuore. Sino all'essenza dei giorni passati, Sino alla loro ragione, sino ai motivi, sino alle radici, sino al midollo. Eternamente aggrappandoti al filo dei destini, degli avvenimenti, Sentire, amare, vivere, pensare, effettuare scoperte.

lunedì 8 febbraio 2010

Lucumone Hartne


Per non essere straziato martire del Tempo, Principe,
ubriacati senza posa!
Di vino, di poesia o di virtù: come ti pare.

a Volsinii

 
“....Vedi ? l’uovo è il principio di ogni cosa: è l’emblema della nascita e del ritorno; è il simbolo dell’immortalità...”  mi dice Hurtne,  il vecchio Lucumone di Volsinii durante il banchetto degli dèi

evanescente


Ci sono esseri  che nascono impegnati, non hanno scelta, sono stati gettati su una via, in fondo ad una via c’è un atto che li aspetta, il loro atto- continua svanendo il larth…Io non peso più di un filo e vivo d’aria.

domenica 7 febbraio 2010

Ancsta Conelei


poiché il linguaggio è,per ora,
l’evento conclusivo,
- mi sprona Ancsta Conelei –
raggiungerai il massimo
 livello di comunicazione
con un linguaggio
 ignoto alla società

chiede a Runi Hubardia -


Chi è Dio Che cosa non è Dio?
- Chiede Katliu di  Phupluna a Runi  Hubardia --
La Primavera arriva dopo l'inverno
Gli risponde il Larth.

Dalla Torre,


Nella Torre, di Bubbluns l'Augure Pavle mischiava Sedici una volta di sabbia bianca e 480 Gocce di Oceano, formule antiche salmodiando.
Fuori l'estate si chinava pigramente uno Raccogliere Soffi di Sole dall'Aria, per donarli all'autunno.
Scendeva   la sera, 'Augure Stanco non era ancora, Il suo lavoro avrebbe dato buoni frutti e ricompense divine.
Un qualcosa Mezzanotte udi , farsi strada da fuori, portata dal vento, entrare Dalla Piccola Feritoia vicino al soffitto, e posarsi fra gli alambicchi e i vecchi testi di Magia Bianca.
Era una voce. Una Voce dai riflessi d'Argento.
L'Augure la raccolse nel palmo delle mani, e facendo attenzione non si scheggiasse, la poggio delicatamente al centro del tavolo di mogano sul quale lavorava, in mezzo alla stanza più alta delle Torre.
Sedici volte ripete il rituale, pronunciando 480 parole arcane. Una Luce si sprigionò dalla Voce, Che Rispose con Armonia di Smeraldo. Pavle sorrise.
Prese la Voce e la infilò Nella cura con Sacca di seta intessuta con fili dorati. Quindi, per la prima volta da anni,dalla Torre usci.
Era lunga la strada per Tarqna, ma quando fosse arrivato, avrebbe fatto dono al Lucumone  di quella  Voce.

sostiene amunde knioia


Se ti trovi a passare  attraverso lo specchio, dove le verità del mondo che conoscevi e amavi non si applicano più, c'è solo una cosa da fare - sostiene Amunde Knioia -  girare intorno, e rompere lo specchio sanguinoso.

sabato 6 febbraio 2010

rimugina Amunde-


Semplicità significa sottrarre l’ovvio
e aggiungere il significativo.
Sarà davvero così ? - rimugina Amunde-

oltre mare


Vel  fissava il punto in cui doveva trovarsi Thane , laggiù, oltre l’orizzonte. Nel mezzo del mare di fronte a Bubbluns era difficile avere riferimenti precisi, senza strumenti, ma le sue facoltà mentali gli rimandavano eco di urla, lamenti, agitazione, tutte concentrate in quel punto. Cercava di non pensare emozionalmente, di elaborare solo i dati, per non impazzire. Aveva perso il contatto con Thane  da un paio d’ore ormai, e disperava la sua amica fosse ancora viva. Non sapeva cosa fare, se dirigere la barca verso la costa, cercare di contattare Hintial , attendere lì, sperando succedesse qualcosa. La domanda muta che ogni tanto affiorava sulle sue labbra, veniva ricacciata a forza nei meandri del cervello.

- La stai cercando con questa... - una voce, dietro di lui. Vel  si voltò, fissando la figura alta ed elegante, oltre il bordo della barca, che rimaneva in piedi sul mare , quasi sospesa sopra la superficie dell’acqua. L’uomo, di un’età imprecisata, ma non più giovanissimo, si batteva l’indice contro la tempia - Dovresti cercarla con questo - concluse, poggiando la mano sul cuore.

Vel  non chiese nulla. Da quando conosceva l’Ondina si era abituato a strani eventi, e ancor più strane apparizioni. Sentiva solo che di quell’uomo poteva fidarsi.

La figura alta e potente si avvicinò, camminando sull’acqua, poi si sollevò lentamente, e con una leggerezza innaturale, si posò sul ponte della barca, di fronte a lui. Gli poggiò la mano sul petto e disse:

- Lei è viva, e ha bisogno di tutto l’aiuto possibile. Chiamala. Svegliala.

- Si, ma... poi? Cosa posso fare poi? Lei è laggiù, tremila metri sotto il mare . Io...

- A questo - lo interruppe l’uomo - ci ha già pensato Qualcun altro. Chiamala, Vel , svegliala. Al resto provvederanno i rinforzi, che stanno già arrivando.

Vel sollevò la testa, guardando a est un punto del cielo, dove le nuvole iniziavano a diradarsi, e la luce del sole filtrava, rifratta in mille raggi brillanti, e sorrise.

Castro,Cartagine Etrusca Statonia


A circa metà strada tra Pitigliano (GR) e Farnese (VT), sull’omonima provinciale, c’è il bivio per Manciano (sulla destra se si proviene da Pitigliano, sulla sinistra se invece proveniamo da Farnese). Dopo poche centinaia di metri giriamo a sinistra per una strada poderale seguendo le indicazioni del Santuario del SS Crocifisso. Arriviamo nel parcheggio del luogo sacro e ci accorgiamo già da lì che ci stiamo trovando in un posto dove la vita è scorsa ininterrotta per migliaia di anni.

Ci accoglie, proprio davanti al santuario, l’etrusca “Ara del Tufo”, un sepolcro del VI secolo a.C. con tre camere funerarie avente le caratteristiche di un altare, ornato da cornici di nenfro e di tufo che terminano agli angoli con protomi di leone e di ariete che per imponenza non doveva essere da meno della più famosa Tomba Ildebranda di Sovana. Proseguendo per una stradina scavata nel tufo raggiungiamo la vicina necropoli dove, tra varie tombe anonime spicca la Tomba della Biga, in cui un potente personaggio del luogo, era stato deposto insieme al suo carro da guerra in quercia con le sponde in bronzo finemente decorate con figure di giovinetti nudi e ai suoi due cavalli (attualmente la biga si trova al Palazzo Albornoz di Viterbo). L’ipogeo, dotato di dromos, ha una lunghezza frontale di circa sette metri e consta di tre porte, una delle quali è finta ed ha solo la funzione di mantenere la simmetria. Tornando verso il santuario ci si addentra in un sentiero ben delimitato percorrendo il quale ci si va a trovare nel luogo, dove fino al 20 settembre 1649, si trovava la capitale del ducato farnesiano: Castro.
 Fa impressione pensare che lì esisteva sino a quella data una cittadina rinascimentale (seppur impiantata su un sito che fu villanoviano, poi etrusco e poi ancora romano) completamente rasa al suolo dalla cattiveria degli uomini. Fu Papa Innocenzo X a ordinarne la cancellazione dalla faccia della terra a seguito dell’odio mortale che legava il papato con la casa Farnese. Vedendo le poche rovine che emergono dal bosco sembra in realtà di essere in una città di qualche millennio fa, etrusca o romana, i cui sassi emergono oltre il lavorio incessante del tempo, delle intemperie e della natura. In realtà laggiù, l’opera più grossa di distruzione la fece l’uomo. Oltre ai sassi, ai pozzi, alle cantine, ai resti di quello che doveva essere un Duomo monumentale, la Piazza Maggiore lastricata a lisca di pesce, a ciò che rimane degli affreschi della Chiesa di Santa Maria, dei quattro sassi del Palazzo Ducale, dei torrioni distrutti, del Palazzo dell’Hostaria su disegno del Sangallo, della zecca, purtroppo possiamo avere la dimensione della catastrofica faida anche da qualche resto umano che appare alla vista dopo recenti scavi. Le truppe papaline impiegarono sino al 3 dicembre 1649 per compiere lo scempio. Il motivo di tutto? Cerca di spiegarcelo Alfio Cavoli nel suo libricino “Castro la Cartagine della Maremma”, Cartagine perché Papa Innocenzo X decise per lei lo stesso destino che nel 146 a.C subì la città fenicia ad opera di Publio Cornelio Scipione.
Un omicidio alla base di tutto o forse anche molto di più: le numerose croci templari che risaltano ancora incuranti del tempo e della distruzione, sugli affreschi di quella che fu la Chiesa più antica di Castro, quella di Santa Maria, forse nascondono la volontà di distruggere un caposaldo di coloro che da servitori del papato, ad un certo punto della storia, furono bollati da eretici e perseguitati dall’inquisizione.
Suggestiva anche l’ipotesi che sotto le rovine di Castro, dorma l’etrusca Statonia...

canto dissolvente

guarda leggi accogli ascolta
tutte le parole di carta
quella paura dissolta

Hirumne Perthuna


Che confusione tra la memoria e il sogno
- mi lamento con Hirumne Perthune -
E'  l'avaria di una frase
nascosta nel bisogno di non sapere
- mi risponde L'etrusco .

venerdì 5 febbraio 2010

mi avverte Marce Hapsnei


E' pericoloso sfidare un sistema,Principe,
 - mi avverte Marce Hapsnei  se non sei sicuro
 che quando sarà crollato non ti mancherà

sepu dice ad aisna

Due amanti di Velathri  provavano i tormenti dell'amore e della gelosia. Conobbero insieme la più grande felicità, e la sciuparono. Molte volte si separarono e si ritrovarono, più innamorati di prima. Ma ognuno fece soffrire l'altro. Si lasciarono per sempre. Qualche anno dopo lui, col cuore spezzato, volle rivederla prima di morire. La cercò, viaggiò, pensando che, dovunque lei fosse, la sua bellezza l'avrebbe resa famosa. La ritrovò vedétte di una di una compagnia di danzatrici che conducevano un'esistenza frivola. Le andò incontro, la guardò, e non trovava niente da dirle, e le lacrime gli scendevano dagli occhi. Seguì la compagnia, e contemplava l'amica che ballava e sorrideva per gli altri. Non c'era rimprovero in lui, e non desiderava da lei che il permesso di guardarla. "Finalmente mi ami davvero!" gli disse lei».
Sepu dice ad Aisna:
«La tua massima è questa: in una coppia bisogna che almeno uno dei due sia fedele: l'altro».
Dice pure:
«Se si ama qualcuno, lo si ama così com'è. Non si desidera influenzarlo, perchè, se ci si riuscisse, non sarebbe più lui. Meglio rinunciare all'essere che si ama che cercare di modificarlo con la pietà o la tirannia».

giovedì 4 febbraio 2010

lenta mente


Vado lento perché
non mi interessa ciò che raggiungo.
Mi interessa solo ciò che voglio raggiungere.

canto stellare

Mentre L'Orsa maggiore
ispira incosciente
gli innamorati
e il cruccio della carne
ossessiona i preti
stamattina
vorrei essere stata
una bambina lieve
e vorrei diventare
una vecchia pazza
stuprata  dagli arieti.

Harcne di Aretiu

“Laris ! Quanto vuoi per scolpirmi una bella stele funeraria?”
L’artigiano smise di sbattere lo scalpello sulla lastra di nenfro che aveva davanti e guardò quell’inaspettato cliente negli occhi.
“ Hai intenzione di morire presto? Perché altrimenti con tutto il lavoro che ho, la tua stele te la pianteranno i tuoi nipoti!” rise sarcastico spolverandosi il viso imbrattato di polvere.
“ Non è per me, è un dono! Avanti dimmi quanto mi costa una stele, anche piccola…”
“ posso sapere per chi è?”
“Per il fratello della mia sposa!”
“ Tua moglie non ti da tregua eh? E comunque non ho tempo e costa più di quanto tu possa pagarla, dopo quello che è successo!”
“No, sono io che devo omaggiare l'uomo a cui devo la vita! Avanti amico, ti pagherò al prossimo raccolto!”
“ al prossimo raccolto potresti essere morto tu oppure io poi lo sanno tutti che come contadino non vali niente e con quella gamba che ti ritrovi prepari il terreno nel doppio del tempo degli altri! Intanto però i miei figli devono mangiare!”
“ qualche tempo fa non ti saresti azzardato a parlarmi così!” le cose cambiano… adesso però devo continuare a lavorare!” si rimise di buona lena a scolpire.
Harcne sentendosi deriso ebbe un impeto di rabbia che represse, abbassò la testa e fece per andarsene sconsolato e più zoppicante del solito.
Fuori della porta della bottega gli cadde l’occhio su un pezzo di pietra grigiastra abbastanza grosso, adagiato nel mucchio di quelle da gettare via. Rientrò dentro.
“ che vuoi ancora?”
 ti servono quelle pietre là fuori?”
“ no, sono scarti”
“posso prenderne una?”
“ fai quello che vuoi” borbottò Laris  riprendendo il lavoro.
Harcne sorrise, tornò a casa, prese l’asino e dopo pochi minuti era ancora là alla bottega per sistemare la pietra sul dorso dell’animale facendosi aiutare da un inserviente.
“ Vuoi scolpirla tu?” gli chiese la moglie al suo ritorno.
“ Perché no?” rispose lui
“ Ne sei capace?”
“ Ce la siamo fatta questa domanda quando tuo padre naufragò con tutto il suo carico? E quando gli esattori si portarono via anche le armi di tuo fratello senza neanche aspettare che le sue ceneri fossero onorate ? Ce lo siamo chiesto quando io mi sono dovuto inventare contadino e tu pescatrice di molluschi? Se siamo stati in grado di sopravvivere, io sarò capace anche di onorare la memoria di Avle!”
Velia lo guardò con le lacrime agli occhi “ fai quello che devi fare…”
Così Harcne  trascinò la stele nel mezzo del capanno adibito a deposito degli attrezzi e cominciò a squadrarla per bene. Gli girò intorno diverse volte e poi quasi colpito da un’illuminazione prese il martello e lo scalpello. Velia dal suo giaciglio lo sentì sbattere e parlare per tutta la notte.
“ Avle, ti ricordi quando arrivai in armi da Aretiu insieme agli altri cento per unirmi all’esercito di Pupluna? dovevamo combattere i barbari al confine settentrionale! Diventammo subito amici e mi accogliesti nella tua casa!... tuo padre era ricco allora!”
“ e come era bella tua sorella! Hai visto? Ho mantenuto la promessa, al mio ritorno l’ho sposata, nonostante tutto!”
Al fuoco delle torce, scolpiva e ricordava i vecchi tempi, quando entrambi erano giovani soldati irruenti e pieni di vita. Scolpiva senza sosta, asciugandosi le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte. Quando il sole spuntò dalle colline, aveva terminato l’opera. Era coperto di polvere bianca che gli pizzicava nel naso e gli rendeva amara la bocca.
Prese la stele e la portò fuori per guardarla meglio alla nuova luce del giorno.
“Avle, mi salvasti la vita, io sono rimasto zoppo ma tu in cambio hai dato la tua… avrei voluto fare di meglio per ricordarti.”
Mentre diceva questo, non si era accorto che Velia si era avvicinata silenziosamente.
Si voltò ad ammirare la sua sposa, ancora bellissima nonostante che la pelle, una volta fresca e morbida come la rugiada del mattino, fosse ora resa scura dal sole e bruciata dal salmastro.
“ E’ molto brutta e sgraziata, vero?” disse rivolto a lei.
La sposa guardò la stele e lesse ad alta voce l'iscrizione: "Io sono di Avle Felukie , figlio di Titnaie e di una Papne. Mi ha donato Harcne di Aretiu ”,
poi commossa, si avvicinò e abbracciò il suo sposo.
“No, al contrario, è molto bella" disse mentendo per non ferirlo " andiamo a depositarla davanti alla tomba di Avle, così anche il suo ricordo rimarrà per sempre, come quello dei grandi guerrieri”.
E così fu, per sempre.

s.cecilia

È uno dei piccoli e sparsi insediamenti rupestri del territorio di Bomarzo  la cui origine si perde a volte nella Preistoria. I resti per lo più medievali esistenti in questa località si trovano a sinistra della valle di Fosso Castello a poca distanza dalla strada che dalla provinciale Orfana adduce al paese di Bomarzo. Quanto si evidenzia di costruzioni, ma soprattutto di tombe antropomorfe è su diverse, ma limitate piattaforme rocciose create4 dall’opera dell’uomo; il tutto in mezzo ad una fitta boscaglia. Nel ripiano più largo emergono dal terreno, chiaramente discernibili, le strutture murarie in blocchi di tufo su tre filari di una piccola chiesa rettangolare (m.9x6 circa) con abside orientata a S/E. (XII secolo). Della sua decorazione rimangono capitelli, pulvini, archetti dentati, modanature ed altri parti in peperino scolpite con motivi floreali e zoomorfi.
Gli schiavi compiuti nel 1973 da Joselita Raspi Serra hanno evidenziato che laddove oggi è visibile parte dell’abside, precedentemente, sulla viva roccia, si era creato un diverso ambiente rettangolare: forse un primo edificio sacro.
Attorno alle superstiti mura, per ogni dove, parte ordinate a file parallele, altre senza alcun ordine vi sono numerose tombe antropomorfe. Alcune sono fosse scavate direttamente nel piano roccioso, altre, evidentemente sarcofagi monolitici di peperino lavorati a parte e poi trasportati. Questi hanno per lo più il luogo della testa orientato a NW. Si stacca da tutti sia per l’orientamento (SE/NE) sia per la fattura un sarcofago allogato a poca distanza dall’abside, che oltre ad essere l’unico ad avere una copertura, ha in essa, in netto rilievo su ogni lato del doppio spiovente, due croci greche e ed una al centro di ogni frontone. Gli altri sarcofagi non risultano avere un coperchio; avendo trovato diverso materiale fittile (mattoni, coppi e tegole alcune aventi il marchio di fabbrica riferibile al II sec.d.C.) si è ipotizzato una copertura con il riutilizzo di tali manufatti. Quattro tipologie dell’incasso che racchiude la testa del defunto distinguono la struttura interna delle tombe. Nicchie, incassi e fori per l’inserimento di strutture lignee, tracce di cave, abitazioni ipogee, gradini, cabalette di scolo, massi con superfici squadrate e lavorate sono ovunque.
Le quantità di sepolture entro il terreno ben giustifica il nome di Cimitero vecchio che assieme a S. Cecilia (forse la santa ivi venerata) indica questa particolare località.
Tutta la zona ha una frequentazione ben più antica dei reperti medievali visibili, riportabile nell’ambito quanto meno etrusco e romano come è deducibile dai bolli dei tabellones; lo stesso accesso da Bomarzo, scavato in trincea nella roccia, ne è una prova tangibile. Negli immediati dintorni affiorano resti diversi del periodo romano con ceramica sparsa, tombe a fossa per inumati ed incinerati, pestarole, tracciati stradali basolati. La presenza romana è evidente particolarmente a Pian di Carletto dove sono rocchi di colonne, cornici e trabeazioni scolpiti con fiori e animali in peperino ed in marmo, un’ara; reperti che hanno fatto ipotizzare l’esistenza di un tempio. Lungo il fosso del Rio, a poca distanza (300 m. circa a N/E) nei pressi di un terrazzamento artificiale realizzato utilizzando blocchi riversi di peperino, sembra essere stato un altro modesto insediamento umano del quale, tuttavia, non è possibile offrire una certa cronologia. Le evidenze più notevoli sono fori circolari sui massi determinati dall’insrimento di pali per capanne ed una serie di pestarole di diversa grandezza aventi una sola vasca con il relativo foro di uscita scavate in massi erratici.
Non molto distante da S. Cecilia svetta la torre e sono le mura del castello di Chia un tempo abitazione e proprietà dello scrittore regista Pier Paolo Pisolini. Molto vicino è anche il Poggio Civitelle con tombe a camera, a nicchia, e a fossa antropomorfa ricavate nella roccia come diversi piastrini monolitici più o meno conservati.