sabato 26 settembre 2009

padri & figli

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Narra Tito Livio che un giorno gli dèi si accanirono contro Roma, mandando contro la città non solo una pestilenza ma anche un’inondazione del Tevere che contribuì a complicare la vita degli abitanti della città.Nonostante gli “umani provvedimenti”, “l’aiuto divino” e l’istituzione dei “ludi scenici” con la partecipazione di danzatori e suonatori Etruschi, i giorni infausti non cessavano. Gli anziani si ricordarono che una volta, molto tempo prima, una simile sciagura fu debellata grazie all’elezione di un dittatore avvenuta con un metodo antico: la fissione del chiodo al tempio.Si sa che la superstizione è figlia dell’ignoranza e foriera di rimedi alquanto particolari: si diceva che il chiodo fosse il segno degli anni che passavano e che il conficcare chiodi al tempio era usanza di Volsini dove si potevano ancora vedere i chiodi piantati presso il tempio di Norzia . L’usanza arcaica arrivò a Roma un anno dopo la cacciata dei re, ma poiché rari erano gli scritti antichi che ne parlavano, si pensava che la cerimonia avvenisse nel tempio di Minerva poiché questa aveva inventato i numeri.In quell’anno nefasto per le sciagure che colpirono Roma, il Senato accolse il suggerimento degli anziani e ricorse all’elezione di un nuovo dittatore secondo i metodi della superstizione antica.Alle idi di settembre, infatti, seguendo l’antica legge “scritta in lettere e parole arcaiche”, il supremo magistrato, con solenne cerimonia, si recò al tempio di Giove Ottimo, nella cella dedicata a Minerva: sul lato destro del tempio fu conficcato un chiodo e fu eletto il nuovo dittatore, Lucio Manlio Imperioso.Quest’ultimo, spinto più dal desiderio di governare che di compiere un atto sacro, volendo dichiarare guerra agli Ernici, istituì una leva obbligatoria che irritò la gioventù romana. Contro di lui insorsero anche i tribuni della plebe ed alla fine, “per forza o per pudore”, Lucio Manlio Imperioso fu costretto a deporre la sua dittatura.Infatti, il dittatore fu citato in giudizio dal tribuno della plebe Marco Pomponio. L’arruolamento forzato aveva comportato notevoli disagi ai cittadini che non avevano risposto subito alla chiamata alle armi: non solo furono multati, ma anche fustigati e imprigionati. L’Imperioso, odioso e spietato per carattere e con quel soprannome così “insopportabile per una città libera”, fu ritenuto colpevole anche di aver bandito il proprio figlio, innocente, dalla casa di famiglia, dal foro e dagli amici, di averlo costretto ai lavori più servili, condannandolo al carcere e all’ergastolo affinché imparasse chi fosse il padre e si ricordasse di essere figlio di un dittatore.Il figlio, “mal sopportando d’essere anche lui motivo d’odio e d’incriminazione per il padre”, si recò un giorno a casa del tribuno Pomponio. Armato di coltello minacciò il tribuno facendosi promettere, pena la morte immediata, di non tenere mai l’assemblea della plebe per accusare e condannare il dittatore.La plebe “non vide di mal occhio che un figlio avesse osato tanto per il padre”, tanto che a Lucio Manlio Imperioso venne risparmiata l’umiliazione di difendersi pubblicamente di fronte a Roma intera; e al figlio fu concessa la carica di tribuno militare presso le legioni, carica che ottenne per voto dei generali, nonostante non avesse nessun merito perchè vissuto sempre “lontano dall’umano consorzio”.

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