«Noi dobbiamo cospirare, procurarci bombe, usare passaporti falsi, contrabbandare materiale, e, se non possiamo fare altro, fare la rivoluzione coi pugnali». Questa consegna non è tratta dall'intercettazione telefonica di un odierno militante di Al Qaeda, né dalla posta elettronica di un guerrigliero colombiano delle Farc,o da un militante PD di Vignola (possibile che nessuno ficchi una pallottola in testa all'Innominabile...) ma da una lettera di Giuseppe Mazzini risalente al 1853.
A torto hanno fatto scandalo, pochi anni fa, le tesi dello storico francese Pierre Milza, colpevole di avere suggerito che certa tradizione del terrorismo italiano possa risalire appunto a Mazzini: al nemico giurato delle monarchie assolute e dei Savoia, cospiratore e rivoluzionario nell'Europa dell'Ottocento. A torto ci si è stracciati le vesti sul pericolo di una confusione retrospettiva fra buoni e cattivi. Quasi che, nella storia, le rivoluzioni siano state immancabilmente pacifiche, rivoluzioni dei garofani o di velluto. Quasi che i cambiamenti di regime non richiedano, spesso, un lavacro di sangue. E quasi che la parola «terrorista» non tenda a designare – in ultima istanza – il rivoluzionario che perde, mentre il rivoluzionario che vince diventa «padre fondatore».
Gli unici rivoluzionari che abbiano osato vantare il terrore in corso d'opera sono stati coloro dai quali la parola è derivata: i giacobini francesi che nel 1793 misero (come dissero) il Terrore all'ordine del giorno, facendone un metodo dí governo. I neologismi terrorisme e terroriste sono stati peraltro coniati, con valore peggiorativo, durante la stagione successiva alla caduta del giacobinismo, cioè all'epoca del Termidoro. Quando i deputati medesimi della Convenzione che avevano sostenuto Robespierre nella politica del Terrore si scoprirono mansueti, e trasformarono la figura edificante del giacobino in quella infamante del buveur de sang. Da allora, diligentemente tradotti in tutte le lingue, i sostantivi «terrorismo» e «terrorista» sono divenuti sinonimi del maligno. Nel lessico di una storia proverbialmente scritta dai vincitori, il terrore è l'errore (l'orrore) di chi è lontano da noi, diverso, alieno. Secondo l'icastica formula di un critico letterario, Daniele Giglioli, «il terrorismo è la violenza degli altri».
Frequentare la storia della Rivoluzione francese può servire almeno a questo: a respingere il luogo comune del terrore come alterità, male altrui, e a riconoscerlo come identità, male nostro. Il terrore come il luogo da cui tutti proveniamo. Perché la Rivoluzione è stata fin dall'inizio – prima ancora del 1793, prima del Terrore con la maiuscola – un'utopia della fraternità minacciata dall'entropia del fratricidio. Fin dal 1789 l'unanimismo buonista dei rivoluzionari presumeva la logica dell'esclusione, ammetteva la prassi dell'intimidazione, comprendeva la vertigine della punizione. D'altra parte, frequentare la storia della Rivoluzione francese può servire a riconoscere come la violenza stessa sia levatrice di storia. Perché vorrà pur dire qualcosa il fatto che la Francia del Terrore sia stata la culla di ogni pratica moderna dei diritti dell'uomo e del cittadino. Universalità del suffragio, laicità delle istituzioni, scolarità obbligatoria e gratuita, assistenza sociale dei poveri, emancipazione dei neri e degli ebrei: altrettante conquiste maturate (e, provvisoriamente, marcite) all'ombra delle ghigliottine.
Nell'Italia del Risorgimento, la Rivoluzione francese godette di pessima stampa. Non soltanto tra i moderati, anche tra i radicali. Mazzini per primo, in una vita fatta di trame rivoluzionarie e di sogni repubblicani, tenne a prendere le distanze dal precedente transalpino del tardo Settecento. «Aborriamo dal sangue fraterno», l'esule genovese scandì già nel 1832, intendendo con ciò che aborriva il Terrore. Eppure quello era lo stesso Mazzini dei passaporti falsi, dei pugnali, delle bombe. Era l'uomo che i governi europei dell'Ottocento mantennero per decenni in cima alla lista dei most wanted. Era — ben più di un Karl Marx – il terrorista per antonomasia, barbuto spauracchio dei benpensanti, Osama Bin Laden del diciannovesimo secolo.
Qualunque cosa ne dicano i semplificatori di professione, la storia è una cosa complicata.
A torto hanno fatto scandalo, pochi anni fa, le tesi dello storico francese Pierre Milza, colpevole di avere suggerito che certa tradizione del terrorismo italiano possa risalire appunto a Mazzini: al nemico giurato delle monarchie assolute e dei Savoia, cospiratore e rivoluzionario nell'Europa dell'Ottocento. A torto ci si è stracciati le vesti sul pericolo di una confusione retrospettiva fra buoni e cattivi. Quasi che, nella storia, le rivoluzioni siano state immancabilmente pacifiche, rivoluzioni dei garofani o di velluto. Quasi che i cambiamenti di regime non richiedano, spesso, un lavacro di sangue. E quasi che la parola «terrorista» non tenda a designare – in ultima istanza – il rivoluzionario che perde, mentre il rivoluzionario che vince diventa «padre fondatore».
Gli unici rivoluzionari che abbiano osato vantare il terrore in corso d'opera sono stati coloro dai quali la parola è derivata: i giacobini francesi che nel 1793 misero (come dissero) il Terrore all'ordine del giorno, facendone un metodo dí governo. I neologismi terrorisme e terroriste sono stati peraltro coniati, con valore peggiorativo, durante la stagione successiva alla caduta del giacobinismo, cioè all'epoca del Termidoro. Quando i deputati medesimi della Convenzione che avevano sostenuto Robespierre nella politica del Terrore si scoprirono mansueti, e trasformarono la figura edificante del giacobino in quella infamante del buveur de sang. Da allora, diligentemente tradotti in tutte le lingue, i sostantivi «terrorismo» e «terrorista» sono divenuti sinonimi del maligno. Nel lessico di una storia proverbialmente scritta dai vincitori, il terrore è l'errore (l'orrore) di chi è lontano da noi, diverso, alieno. Secondo l'icastica formula di un critico letterario, Daniele Giglioli, «il terrorismo è la violenza degli altri».
Frequentare la storia della Rivoluzione francese può servire almeno a questo: a respingere il luogo comune del terrore come alterità, male altrui, e a riconoscerlo come identità, male nostro. Il terrore come il luogo da cui tutti proveniamo. Perché la Rivoluzione è stata fin dall'inizio – prima ancora del 1793, prima del Terrore con la maiuscola – un'utopia della fraternità minacciata dall'entropia del fratricidio. Fin dal 1789 l'unanimismo buonista dei rivoluzionari presumeva la logica dell'esclusione, ammetteva la prassi dell'intimidazione, comprendeva la vertigine della punizione. D'altra parte, frequentare la storia della Rivoluzione francese può servire a riconoscere come la violenza stessa sia levatrice di storia. Perché vorrà pur dire qualcosa il fatto che la Francia del Terrore sia stata la culla di ogni pratica moderna dei diritti dell'uomo e del cittadino. Universalità del suffragio, laicità delle istituzioni, scolarità obbligatoria e gratuita, assistenza sociale dei poveri, emancipazione dei neri e degli ebrei: altrettante conquiste maturate (e, provvisoriamente, marcite) all'ombra delle ghigliottine.
Nell'Italia del Risorgimento, la Rivoluzione francese godette di pessima stampa. Non soltanto tra i moderati, anche tra i radicali. Mazzini per primo, in una vita fatta di trame rivoluzionarie e di sogni repubblicani, tenne a prendere le distanze dal precedente transalpino del tardo Settecento. «Aborriamo dal sangue fraterno», l'esule genovese scandì già nel 1832, intendendo con ciò che aborriva il Terrore. Eppure quello era lo stesso Mazzini dei passaporti falsi, dei pugnali, delle bombe. Era l'uomo che i governi europei dell'Ottocento mantennero per decenni in cima alla lista dei most wanted. Era — ben più di un Karl Marx – il terrorista per antonomasia, barbuto spauracchio dei benpensanti, Osama Bin Laden del diciannovesimo secolo.
Qualunque cosa ne dicano i semplificatori di professione, la storia è una cosa complicata.
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