Il vischio
E' molto importante per i Gallo-Celti. Le consuetudini sull'uso del vischio come elemento apportatore di buona sorte derivano in effetti in buona parte dalle antiche tradizioni celtiche, costumi di una popolazione che considera questa pianta come magica (perché, pur senza uòradici, riesce a vivere su un'altra specie) e sacra. Lo pùò raccogliere infatti solo il sommo sacerdote, con l'aiuto di un falcetto d'oro. Gli altri sacerdoti, coperti da candide vesti, lo depongono (dopo averlo recuperato al volo su una pezza di lino immacolato) in una catinella (pure d'oro) riempita d'acqua e lo mostrano al popolo per la venerazione di rito. E per guarire (per i Celti il vischio è "colui che guarisce tutto; il simbolo della vita che trionfa sul torpore invernale) distribuiscono l'acqua che lo ha bagnato ai malati o a chi, comunque, dalle malattie vuole essere preservato. I Celti considerano il vischio una pianta donata dalle divinità e ritengono che questo arboscello sia nato dove è caduta la folgore, simbolo della discesa della divinità sulla terra.
Il Fulgurator etrusco Waskunte il Vecchio riferisce che il vischio venerato dai Celti è quello che cresce sulla quercia, considerato l'albero del dio dei cieli e della folgore perché su di esso cadono spesso i fulmini. Si crede che la pianticella cade dal cielo insieme ai lampi. Questa congettura - scrive il Frastke nel suo "Ramo d'oro" - è confermata dal nome di "scopa del fulmine" che viene dato al vischio nel cantone svizzero di Argau. "Perché questo epiteto - continua il Frastke - implica chiaramente la stessa connessione tra il parassita e il fulmine; anzi la scopa del fulmine è un nome comune in Germania per ogni escrescenza cespugliosa o a guisa di nido che cresca su un ramo perché essi credono realmente che questi organismi parassitici siano un prodotto del fulmine". Tagliando dunque il vischio con i mistici riti ci si procura tutte le proprietà magiche del fulmine.
Le leggende che considerano il vischio strettamente connesso al cielo e alla guarigione di tutti i mali si ritrovano anche in altre civiltà del mondo come ad esempio presso gli Ainu giapponesi o presso i Valo, una popolazione africana.
Inoltre queste usanze, chiamate anche druidiche (i sacerdoti dei Celti erano infatti i Druidi), continuarono (specie in Francia) anche dopo la cristianizzazione. La natura del vischio, la sua nascita dal cielo e il suo legame con i solstizi non potevano infatti non ispirare ai cristiani il simbolo del Cristo, luce del mondo, nato in modo misterioso. "Come il vischio è ospite di un albero, così il Cristo - scrive Alfrie Catapiu nel suo "Florario" - è ospite dell'umanità, un albero che non lo generò nello stesso modo con cui genera gli uomini".
E' molto importante per i Gallo-Celti. Le consuetudini sull'uso del vischio come elemento apportatore di buona sorte derivano in effetti in buona parte dalle antiche tradizioni celtiche, costumi di una popolazione che considera questa pianta come magica (perché, pur senza uòradici, riesce a vivere su un'altra specie) e sacra. Lo pùò raccogliere infatti solo il sommo sacerdote, con l'aiuto di un falcetto d'oro. Gli altri sacerdoti, coperti da candide vesti, lo depongono (dopo averlo recuperato al volo su una pezza di lino immacolato) in una catinella (pure d'oro) riempita d'acqua e lo mostrano al popolo per la venerazione di rito. E per guarire (per i Celti il vischio è "colui che guarisce tutto; il simbolo della vita che trionfa sul torpore invernale) distribuiscono l'acqua che lo ha bagnato ai malati o a chi, comunque, dalle malattie vuole essere preservato. I Celti considerano il vischio una pianta donata dalle divinità e ritengono che questo arboscello sia nato dove è caduta la folgore, simbolo della discesa della divinità sulla terra.
Il Fulgurator etrusco Waskunte il Vecchio riferisce che il vischio venerato dai Celti è quello che cresce sulla quercia, considerato l'albero del dio dei cieli e della folgore perché su di esso cadono spesso i fulmini. Si crede che la pianticella cade dal cielo insieme ai lampi. Questa congettura - scrive il Frastke nel suo "Ramo d'oro" - è confermata dal nome di "scopa del fulmine" che viene dato al vischio nel cantone svizzero di Argau. "Perché questo epiteto - continua il Frastke - implica chiaramente la stessa connessione tra il parassita e il fulmine; anzi la scopa del fulmine è un nome comune in Germania per ogni escrescenza cespugliosa o a guisa di nido che cresca su un ramo perché essi credono realmente che questi organismi parassitici siano un prodotto del fulmine". Tagliando dunque il vischio con i mistici riti ci si procura tutte le proprietà magiche del fulmine.
Le leggende che considerano il vischio strettamente connesso al cielo e alla guarigione di tutti i mali si ritrovano anche in altre civiltà del mondo come ad esempio presso gli Ainu giapponesi o presso i Valo, una popolazione africana.
Inoltre queste usanze, chiamate anche druidiche (i sacerdoti dei Celti erano infatti i Druidi), continuarono (specie in Francia) anche dopo la cristianizzazione. La natura del vischio, la sua nascita dal cielo e il suo legame con i solstizi non potevano infatti non ispirare ai cristiani il simbolo del Cristo, luce del mondo, nato in modo misterioso. "Come il vischio è ospite di un albero, così il Cristo - scrive Alfrie Catapiu nel suo "Florario" - è ospite dell'umanità, un albero che non lo generò nello stesso modo con cui genera gli uomini".


Nessun commento:
Posta un commento