mercoledì 23 dicembre 2009

Comunicazione della Federazione Galattica Lucumonica



messaggio n°17 raccolto dall'Officiante del Tempio di Bubbluns

C'e' un uomo. Un uomo che cammina. C'e' un uomo che cammina in un pomeriggio d'inverno per le strade deserte di una piccola citta' balneare quasi disabitata, di quelle che si riempiono di turisti solo nella stagione estiva. Calpesta le foglie di platano accartocciate dal gelo che coprono i marciapiedi. Fa freddo, e indossa un cappotto con il bavero alzato, il respiro si condensa e viene sospinto alle sue spalle da una brezza leggera che sa di mare, perche' il mare non e' lontano, si trova dall'altra parte di quella fila di case, laggiu' in fondo.

L'uomo cammina adagio, ma seguendo una direzione sicura, come chi ha una meta da raggiungere. Pensi, si reca ad un appuntamento, mentre la fatica dei suoi passi viene amplificata da una carezza lenta della testa che l'uomo compie sotto ai tuoi occhi. La mano preme forte sulla tempia, le dita si allungano verso la nuca schiacciando l'orecchio, avvolgono il collo e scivolano in avanti, risucchiate dal bavero. Dallo sforzo della carezza e dei passi lenti di chi va verso un incontro che intuisci inevitabile capisci che e' malato, e formuli un pensiero che ti fa rabbrividire.

 Quest'uomo morira'. Quest'uomo morira' alla fine, e io non potro' fare nulla per salvarlo, hai pensato. Ed e' stato un pensiero cosi' forte che il tuo cuore si e' stretto in un singhiozzo, come se avesse saltato un battito, e se da una parte vorresti fermarti un momento per staccare la tensione da quello che ti faccio trovare con le mie parole sotto agli occhi, dall'altra ti senti gia' del tutto coinvolta in questa storia, e allora, quasi con un gesto gratuito e autolesionista continui a pensare, sto guardando un uomo che muore. E intanto un uomo ancora vivo cammina davanti a te.

Per strada non si sente nessun rumore all'infuori dei suoi passi, te ne accorgi solo quando il silenzio e' rotto dallo schianto di una tapparella. Giri gli occhi in tempo per vedere le ultime tre file di buchi che si chiudono ormai senza suono, come se fossero le foglie cadute di un albero, che non hanno piu' niente da dire, si mostrano in terra e basta, cosi' distogli lo sguardo da loro e ritorni sull'uomo, anzi, sul suono dei suoi passi, ascolta, battono lo stesso ritmo che ti ho insegnato, contano piano fino a quattro. Uno, due, tre, quattro. E' un pomeriggio d'inverno, e sui marciapiedi coperti di foglie morte un uomo stanco cammina.

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