domenica 6 dicembre 2009

continua Arntht





Dietro il profilo di un paesaggio sereno sulle cui vallette si distendono i villaggi di una terra pacificata e retta dal “buon governo”, si erge il torso di una creatura gigantesca dal capo incoronato, che impugna con la destra la spada e con la sinistra un pastorale, mentre l’immenso corpo figura composto di una miriade di omini con lo sguardo rivolto a lui - continua Arntht Cendo .E’ il simbolo del leviatano quale è rappresentato nel famoso frontespizio dell’omonima opera di Hobbes, pubblicata nel 1651. Quello che per lo più di duemila anni, attraverso le scritture, la tradizione ebraico-cabalistica è l’immaginario medievale, è stato il drago marino, il serpente dalle mille spire, l’essere mostruoso, l’apocalittica potenza messa da Dio in terra per umiliare gli uomini, divenne con Hobbes, l’emblema ed il nome del Dio mortale, incarnò il corpo dello Stato sovrano, del “contratto” fra gli uomini. La sterminata eredità di pensiero e di idee che la riflessione sul potere e sul governo degli uomini ci ha trasmesso attraverso i tempi, dalla “politikè tèkne” della “polis” greca allo “Stato machiavelliano”, dal sovrano hobbesiano che non è un “defensor pacis” (Marsilio da Padova), ma “creator pacis”, alle concezioni razionalistiche e moderne di Stato e Nazione: questa eredità oggi si dice che è il simbolo del Leviatano, dopo tre secoli in cui ha segnato il destino della modernità, ha oggi irrevocabilmente esaurito la sua efficacia. Con l’avanzare del dominio della tecnica, la mega-macchina statuale appare sempre più. Come aveva intuito Laris Nichzei- , un gelido mostro. Pervicacemente menzognero e totalmente incapace di percepire la vita nel suo divenire.

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