Se ti trovi a passare attraverso lo specchio, dove le verità del mondo che conoscevi e amavi non si applicano più, c'è solo una cosa da fare - sostiene Amunde Knioia - girare intorno, e rompere lo specchio sanguinoso.
domenica 7 febbraio 2010
sabato 6 febbraio 2010
rimugina Amunde-
Semplicità significa sottrarre l’ovvio
e aggiungere il significativo.
Sarà davvero così ? - rimugina Amunde-
oltre mare
Vel fissava il punto in cui doveva trovarsi Thane , laggiù, oltre l’orizzonte. Nel mezzo del mare di fronte a Bubbluns era difficile avere riferimenti precisi, senza strumenti, ma le sue facoltà mentali gli rimandavano eco di urla, lamenti, agitazione, tutte concentrate in quel punto. Cercava di non pensare emozionalmente, di elaborare solo i dati, per non impazzire. Aveva perso il contatto con Thane da un paio d’ore ormai, e disperava la sua amica fosse ancora viva. Non sapeva cosa fare, se dirigere la barca verso la costa, cercare di contattare Hintial , attendere lì, sperando succedesse qualcosa. La domanda muta che ogni tanto affiorava sulle sue labbra, veniva ricacciata a forza nei meandri del cervello.
- La stai cercando con questa... - una voce, dietro di lui. Vel si voltò, fissando la figura alta ed elegante, oltre il bordo della barca, che rimaneva in piedi sul mare , quasi sospesa sopra la superficie dell’acqua. L’uomo, di un’età imprecisata, ma non più giovanissimo, si batteva l’indice contro la tempia - Dovresti cercarla con questo - concluse, poggiando la mano sul cuore.
Vel non chiese nulla. Da quando conosceva l’Ondina si era abituato a strani eventi, e ancor più strane apparizioni. Sentiva solo che di quell’uomo poteva fidarsi.
La figura alta e potente si avvicinò, camminando sull’acqua, poi si sollevò lentamente, e con una leggerezza innaturale, si posò sul ponte della barca, di fronte a lui. Gli poggiò la mano sul petto e disse:
- Lei è viva, e ha bisogno di tutto l’aiuto possibile. Chiamala. Svegliala.
- Si, ma... poi? Cosa posso fare poi? Lei è laggiù, tremila metri sotto il mare . Io...
- A questo - lo interruppe l’uomo - ci ha già pensato Qualcun altro. Chiamala, Vel , svegliala. Al resto provvederanno i rinforzi, che stanno già arrivando.
Vel sollevò la testa, guardando a est un punto del cielo, dove le nuvole iniziavano a diradarsi, e la luce del sole filtrava, rifratta in mille raggi brillanti, e sorrise.
Castro,Cartagine Etrusca Statonia
A circa metà strada tra Pitigliano (GR) e Farnese (VT), sull’omonima provinciale, c’è il bivio per Manciano (sulla destra se si proviene da Pitigliano, sulla sinistra se invece proveniamo da Farnese). Dopo poche centinaia di metri giriamo a sinistra per una strada poderale seguendo le indicazioni del Santuario del SS Crocifisso. Arriviamo nel parcheggio del luogo sacro e ci accorgiamo già da lì che ci stiamo trovando in un posto dove la vita è scorsa ininterrotta per migliaia di anni.
Ci accoglie, proprio davanti al santuario, l’etrusca “Ara del Tufo”, un sepolcro del VI secolo a.C. con tre camere funerarie avente le caratteristiche di un altare, ornato da cornici di nenfro e di tufo che terminano agli angoli con protomi di leone e di ariete che per imponenza non doveva essere da meno della più famosa Tomba Ildebranda di Sovana. Proseguendo per una stradina scavata nel tufo raggiungiamo la vicina necropoli dove, tra varie tombe anonime spicca la Tomba della Biga, in cui un potente personaggio del luogo, era stato deposto insieme al suo carro da guerra in quercia con le sponde in bronzo finemente decorate con figure di giovinetti nudi e ai suoi due cavalli (attualmente la biga si trova al Palazzo Albornoz di Viterbo). L’ipogeo, dotato di dromos, ha una lunghezza frontale di circa sette metri e consta di tre porte, una delle quali è finta ed ha solo la funzione di mantenere la simmetria. Tornando verso il santuario ci si addentra in un sentiero ben delimitato percorrendo il quale ci si va a trovare nel luogo, dove fino al 20 settembre 1649, si trovava la capitale del ducato farnesiano: Castro.
Fa impressione pensare che lì esisteva sino a quella data una cittadina rinascimentale (seppur impiantata su un sito che fu villanoviano, poi etrusco e poi ancora romano) completamente rasa al suolo dalla cattiveria degli uomini. Fu Papa Innocenzo X a ordinarne la cancellazione dalla faccia della terra a seguito dell’odio mortale che legava il papato con la casa Farnese. Vedendo le poche rovine che emergono dal bosco sembra in realtà di essere in una città di qualche millennio fa, etrusca o romana, i cui sassi emergono oltre il lavorio incessante del tempo, delle intemperie e della natura. In realtà laggiù, l’opera più grossa di distruzione la fece l’uomo. Oltre ai sassi, ai pozzi, alle cantine, ai resti di quello che doveva essere un Duomo monumentale, la Piazza Maggiore lastricata a lisca di pesce, a ciò che rimane degli affreschi della Chiesa di Santa Maria, dei quattro sassi del Palazzo Ducale, dei torrioni distrutti, del Palazzo dell’Hostaria su disegno del Sangallo, della zecca, purtroppo possiamo avere la dimensione della catastrofica faida anche da qualche resto umano che appare alla vista dopo recenti scavi. Le truppe papaline impiegarono sino al 3 dicembre 1649 per compiere lo scempio. Il motivo di tutto? Cerca di spiegarcelo Alfio Cavoli nel suo libricino “Castro la Cartagine della Maremma”, Cartagine perché Papa Innocenzo X decise per lei lo stesso destino che nel 146 a.C subì la città fenicia ad opera di Publio Cornelio Scipione.
Un omicidio alla base di tutto o forse anche molto di più: le numerose croci templari che risaltano ancora incuranti del tempo e della distruzione, sugli affreschi di quella che fu la Chiesa più antica di Castro, quella di Santa Maria, forse nascondono la volontà di distruggere un caposaldo di coloro che da servitori del papato, ad un certo punto della storia, furono bollati da eretici e perseguitati dall’inquisizione.
Suggestiva anche l’ipotesi che sotto le rovine di Castro, dorma l’etrusca Statonia...
Suggestiva anche l’ipotesi che sotto le rovine di Castro, dorma l’etrusca Statonia...
Hirumne Perthuna
Che confusione tra la memoria e il sogno
- mi lamento con Hirumne Perthune -
E' l'avaria di una frase
nascosta nel bisogno di non sapere
- mi risponde L'etrusco .
venerdì 5 febbraio 2010
mi avverte Marce Hapsnei
E' pericoloso sfidare un sistema,Principe,
- mi avverte Marce Hapsnei se non sei sicuro
che quando sarà crollato non ti mancherà
sepu dice ad aisna
Due amanti di Velathri provavano i tormenti dell'amore e della gelosia. Conobbero insieme la più grande felicità, e la sciuparono. Molte volte si separarono e si ritrovarono, più innamorati di prima. Ma ognuno fece soffrire l'altro. Si lasciarono per sempre. Qualche anno dopo lui, col cuore spezzato, volle rivederla prima di morire. La cercò, viaggiò, pensando che, dovunque lei fosse, la sua bellezza l'avrebbe resa famosa. La ritrovò vedétte di una di una compagnia di danzatrici che conducevano un'esistenza frivola. Le andò incontro, la guardò, e non trovava niente da dirle, e le lacrime gli scendevano dagli occhi. Seguì la compagnia, e contemplava l'amica che ballava e sorrideva per gli altri. Non c'era rimprovero in lui, e non desiderava da lei che il permesso di guardarla. "Finalmente mi ami davvero!" gli disse lei».
Sepu dice ad Aisna:
«La tua massima è questa: in una coppia bisogna che almeno uno dei due sia fedele: l'altro».
Dice pure:
«Se si ama qualcuno, lo si ama così com'è. Non si desidera influenzarlo, perchè, se ci si riuscisse, non sarebbe più lui. Meglio rinunciare all'essere che si ama che cercare di modificarlo con la pietà o la tirannia».
giovedì 4 febbraio 2010
canto stellare
Mentre L'Orsa maggiore
ispira incosciente
gli innamorati
e il cruccio della carne
ossessiona i preti
stamattina
vorrei essere stata
una bambina lieve
e vorrei diventare
una vecchia pazza
stuprata dagli arieti.
Harcne di Aretiu
“Laris ! Quanto vuoi per scolpirmi una bella stele funeraria?”
L’artigiano smise di sbattere lo scalpello sulla lastra di nenfro che aveva davanti e guardò quell’inaspettato cliente negli occhi.
“ Hai intenzione di morire presto? Perché altrimenti con tutto il lavoro che ho, la tua stele te la pianteranno i tuoi nipoti!” rise sarcastico spolverandosi il viso imbrattato di polvere.
“ Non è per me, è un dono! Avanti dimmi quanto mi costa una stele, anche piccola…”
“ posso sapere per chi è?”
“Per il fratello della mia sposa!”
“ Tua moglie non ti da tregua eh? E comunque non ho tempo e costa più di quanto tu possa pagarla, dopo quello che è successo!”
“No, sono io che devo omaggiare l'uomo a cui devo la vita! Avanti amico, ti pagherò al prossimo raccolto!”
“ al prossimo raccolto potresti essere morto tu oppure io poi lo sanno tutti che come contadino non vali niente e con quella gamba che ti ritrovi prepari il terreno nel doppio del tempo degli altri! Intanto però i miei figli devono mangiare!”
“ qualche tempo fa non ti saresti azzardato a parlarmi così!” le cose cambiano… adesso però devo continuare a lavorare!” si rimise di buona lena a scolpire.
Harcne sentendosi deriso ebbe un impeto di rabbia che represse, abbassò la testa e fece per andarsene sconsolato e più zoppicante del solito.
Fuori della porta della bottega gli cadde l’occhio su un pezzo di pietra grigiastra abbastanza grosso, adagiato nel mucchio di quelle da gettare via. Rientrò dentro.
“ che vuoi ancora?”
ti servono quelle pietre là fuori?”
“ no, sono scarti”
“posso prenderne una?”
“ fai quello che vuoi” borbottò Laris riprendendo il lavoro.
Harcne sorrise, tornò a casa, prese l’asino e dopo pochi minuti era ancora là alla bottega per sistemare la pietra sul dorso dell’animale facendosi aiutare da un inserviente.
“ Vuoi scolpirla tu?” gli chiese la moglie al suo ritorno.
“ Perché no?” rispose lui
“ Ne sei capace?”
“ Ce la siamo fatta questa domanda quando tuo padre naufragò con tutto il suo carico? E quando gli esattori si portarono via anche le armi di tuo fratello senza neanche aspettare che le sue ceneri fossero onorate ? Ce lo siamo chiesto quando io mi sono dovuto inventare contadino e tu pescatrice di molluschi? Se siamo stati in grado di sopravvivere, io sarò capace anche di onorare la memoria di Avle!”
Velia lo guardò con le lacrime agli occhi “ fai quello che devi fare…”
Così Harcne trascinò la stele nel mezzo del capanno adibito a deposito degli attrezzi e cominciò a squadrarla per bene. Gli girò intorno diverse volte e poi quasi colpito da un’illuminazione prese il martello e lo scalpello. Velia dal suo giaciglio lo sentì sbattere e parlare per tutta la notte.
“ Avle, ti ricordi quando arrivai in armi da Aretiu insieme agli altri cento per unirmi all’esercito di Pupluna? dovevamo combattere i barbari al confine settentrionale! Diventammo subito amici e mi accogliesti nella tua casa!... tuo padre era ricco allora!”
“ e come era bella tua sorella! Hai visto? Ho mantenuto la promessa, al mio ritorno l’ho sposata, nonostante tutto!”
Al fuoco delle torce, scolpiva e ricordava i vecchi tempi, quando entrambi erano giovani soldati irruenti e pieni di vita. Scolpiva senza sosta, asciugandosi le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte. Quando il sole spuntò dalle colline, aveva terminato l’opera. Era coperto di polvere bianca che gli pizzicava nel naso e gli rendeva amara la bocca.
Prese la stele e la portò fuori per guardarla meglio alla nuova luce del giorno.
“Avle, mi salvasti la vita, io sono rimasto zoppo ma tu in cambio hai dato la tua… avrei voluto fare di meglio per ricordarti.”
Mentre diceva questo, non si era accorto che Velia si era avvicinata silenziosamente.
Si voltò ad ammirare la sua sposa, ancora bellissima nonostante che la pelle, una volta fresca e morbida come la rugiada del mattino, fosse ora resa scura dal sole e bruciata dal salmastro.
“ E’ molto brutta e sgraziata, vero?” disse rivolto a lei.
La sposa guardò la stele e lesse ad alta voce l'iscrizione: "Io sono di Avle Felukie , figlio di Titnaie e di una Papne. Mi ha donato Harcne di Aretiu ”,
poi commossa, si avvicinò e abbracciò il suo sposo.
“No, al contrario, è molto bella" disse mentendo per non ferirlo " andiamo a depositarla davanti alla tomba di Avle, così anche il suo ricordo rimarrà per sempre, come quello dei grandi guerrieri”.
E così fu, per sempre.
s.cecilia
È uno dei piccoli e sparsi insediamenti rupestri del territorio di Bomarzo la cui origine si perde a volte nella Preistoria. I resti per lo più medievali esistenti in questa località si trovano a sinistra della valle di Fosso Castello a poca distanza dalla strada che dalla provinciale Orfana adduce al paese di Bomarzo. Quanto si evidenzia di costruzioni, ma soprattutto di tombe antropomorfe è su diverse, ma limitate piattaforme rocciose create4 dall’opera dell’uomo; il tutto in mezzo ad una fitta boscaglia. Nel ripiano più largo emergono dal terreno, chiaramente discernibili, le strutture murarie in blocchi di tufo su tre filari di una piccola chiesa rettangolare (m.9x6 circa) con abside orientata a S/E. (XII secolo). Della sua decorazione rimangono capitelli, pulvini, archetti dentati, modanature ed altri parti in peperino scolpite con motivi floreali e zoomorfi.
Gli schiavi compiuti nel 1973 da Joselita Raspi Serra hanno evidenziato che laddove oggi è visibile parte dell’abside, precedentemente, sulla viva roccia, si era creato un diverso ambiente rettangolare: forse un primo edificio sacro.
Attorno alle superstiti mura, per ogni dove, parte ordinate a file parallele, altre senza alcun ordine vi sono numerose tombe antropomorfe. Alcune sono fosse scavate direttamente nel piano roccioso, altre, evidentemente sarcofagi monolitici di peperino lavorati a parte e poi trasportati. Questi hanno per lo più il luogo della testa orientato a NW. Si stacca da tutti sia per l’orientamento (SE/NE) sia per la fattura un sarcofago allogato a poca distanza dall’abside, che oltre ad essere l’unico ad avere una copertura, ha in essa, in netto rilievo su ogni lato del doppio spiovente, due croci greche e ed una al centro di ogni frontone. Gli altri sarcofagi non risultano avere un coperchio; avendo trovato diverso materiale fittile (mattoni, coppi e tegole alcune aventi il marchio di fabbrica riferibile al II sec.d.C.) si è ipotizzato una copertura con il riutilizzo di tali manufatti. Quattro tipologie dell’incasso che racchiude la testa del defunto distinguono la struttura interna delle tombe. Nicchie, incassi e fori per l’inserimento di strutture lignee, tracce di cave, abitazioni ipogee, gradini, cabalette di scolo, massi con superfici squadrate e lavorate sono ovunque.
Le quantità di sepolture entro il terreno ben giustifica il nome di Cimitero vecchio che assieme a S. Cecilia (forse la santa ivi venerata) indica questa particolare località.
Tutta la zona ha una frequentazione ben più antica dei reperti medievali visibili, riportabile nell’ambito quanto meno etrusco e romano come è deducibile dai bolli dei tabellones; lo stesso accesso da Bomarzo, scavato in trincea nella roccia, ne è una prova tangibile. Negli immediati dintorni affiorano resti diversi del periodo romano con ceramica sparsa, tombe a fossa per inumati ed incinerati, pestarole, tracciati stradali basolati. La presenza romana è evidente particolarmente a Pian di Carletto dove sono rocchi di colonne, cornici e trabeazioni scolpiti con fiori e animali in peperino ed in marmo, un’ara; reperti che hanno fatto ipotizzare l’esistenza di un tempio. Lungo il fosso del Rio, a poca distanza (300 m. circa a N/E) nei pressi di un terrazzamento artificiale realizzato utilizzando blocchi riversi di peperino, sembra essere stato un altro modesto insediamento umano del quale, tuttavia, non è possibile offrire una certa cronologia. Le evidenze più notevoli sono fori circolari sui massi determinati dall’insrimento di pali per capanne ed una serie di pestarole di diversa grandezza aventi una sola vasca con il relativo foro di uscita scavate in massi erratici.
Non molto distante da S. Cecilia svetta la torre e sono le mura del castello di Chia un tempo abitazione e proprietà dello scrittore regista Pier Paolo Pisolini. Molto vicino è anche il Poggio Civitelle con tombe a camera, a nicchia, e a fossa antropomorfa ricavate nella roccia come diversi piastrini monolitici più o meno conservati.
canto trasparente
Abbiamo grandi Aspettative
E Spesso le leghiamo
alla Presenza di qualcosa
ma i vincoli del Lupo sono fatti di nulla:
rumor di passo di gatto,
Radici di Montagna,
Barba di donna,
Respiro di pesce,
Sputo di uccello.
mercoledì 3 febbraio 2010
riassumendo
Appena mi sento assegnare un’ora, un luogo, un atteggiamento del corpo o dello spirito ai fini dello svago, tutto il mio essere protesta: sbadiglia, fugge… Mi metto a pensare agli affari miei, ai miei misteri , al mio mestiere, a una cosa qualsiasi…
-mi incita Sparne -
Viaggia.
Non c'è felicità per l'uomo che non viaggia
-mi incita Velthur Sparne -
Vivendo nella società unama
anche il migliore degli uomini
diventa un peccatore.
Poichè il Sole Usil è amico del viandante,
vai,dunque!
Non c'è felicità per l'uomo che non viaggia
-mi incita Velthur Sparne -
Vivendo nella società unama
anche il migliore degli uomini
diventa un peccatore.
Poichè il Sole Usil è amico del viandante,
vai,dunque!
martedì 2 febbraio 2010
contro nulla
Si può fare nulla contro l'amore,
Contro il colore del fogliame
contro la carezza della schiuma
contro la luce, non potete far nulla.
Larthia Sepu Humandi
Smetterai di scrivere Principe quando avrai
gambe forti e animo sicuro.
mi esorta Larthia Sepu Humandi -
E sarà tutto un camminare cantando
lungo i bordi della terra.
Ubriaco senza sogni. E alla fine
della passeggiata, siediti .
lunedì 1 febbraio 2010
Kaliu Hansine
Kaliu Hansine decide
di partire da Bubluna
la Festa della Luna Piena a Tarqna .
di partire da Bubluna
e di andare a vedere
la Festa della Luna Piena a Tarqna .
Il cammino è lungo e pesante,
ma ha sentito dire che la festa
è una delle cose più belle
è una delle cose più belle
alla quale un essere umano
avrebbe mai potuto assistere.
avrebbe mai potuto assistere.
Decide allora di incamminarsi
stimando che da casa sua alla città
vi erano dodici giorni di cammino.
vi erano dodici giorni di cammino.
Il viaggio, in effetti,
è molto faticoso e viene sorpreso
da terribili tempeste di neve,
da terribili tempeste di neve,
sfugge all'assalto dei briganti del bosco
e per un po' non viene divorato da un lupo.
Eppure và avanti,
fino a quando nel penultimo giorno di viaggio
fino a quando nel penultimo giorno di viaggio
trova una frana lungo il suo percorso.
"Basta" grida con voce spezzata e sconfitta
"non posso continuare in questo modo!
Se anche questo è successo,
vuol dire che non è destino
che io veda la Festa della Luna Piena ".
che io veda la Festa della Luna Piena ".
Si volta indietro per tornare a casa
ma a quel punto l'Augure Pavle Falkunte
che lo sente imprecare
contro la sorte avversa, gli dice:
ma a quel punto l'Augure Pavle Falkunte
che lo sente imprecare
contro la sorte avversa, gli dice:
"Se nella strada da casa tua a Tarqna
ti fermerai all'undicesimo giorno,
ti fermerai all'undicesimo giorno,
come farai a vedere
la Luna sulla capitale?"
la Luna sulla capitale?"
Kaliu capisce che se ha avuto
il coraggio di intraprendere il viaggio
il coraggio di intraprendere il viaggio
non sarà la frana a fermare i suoi intenti.
L'unico modo di scoprire
se vale la pena continuare il cammino
se vale la pena continuare il cammino
è quello di andare oltre.
In caso contrario,
la Luna rimarrà solo un disco
di ghiaccio e d'argento in mezzo alla notte.
di ghiaccio e d'argento in mezzo alla notte.
Avle Pharcunte
Avle Parchunte è un nobile proprietario terriero che vive in campagna. Non ha ovviamente molta tecnologia a sua disposizione ma i suoi schiavi si occupano delle sue quotidiane incombenze, come la pulizia, la contabilità, l’intrattenimento e così via, mentre altri schiavi coltivano i campi, misurano i confini e sistemano le pietre “tular”, che delimitano la proprietà privata. Gli Etruschi sono infatti grandi sostenitori della proprietà: hanno cambiato il vecchio ordine di cose, in cui la terra ereditata è sempre stata un bene comune della tribù. Ora, molte famiglie possiedono centinaia di ettari ben delimitati da queste pietre di confine, che recano incise minacce e maledizioni eterne verso chiunque voglia spostarle. Avle e i suoi contemporanei, per far rispettare i confini, si affidano anche alla figura tutelare del dio Tagete.
La campagna etrusca è una tavolozza di colori: campi ordinati e coltivati con le migliori piante di farro e frumento, alberi da frutto, canali d’irrigazione. Una campagna che incanta anche i viaggiatori greci e attira persone libere, disposte a lavorare come schiavi, ma con uno status simile ai “clientes” romani, in cambio della protezione dei “principes” etruschi. Come riferiscono i cronisti greci, gli schiavi stessi, anche nei campi, sono puliti, vestiti dignitosamente e non trattati poi così male. Altra forza dell’economia etrusca è il ferro. Si estrae nell’Isola d’Elba. I centri metallurgici di Populonia, Massa Marittima e Arezzo, dove si fabbricano anche armi, hanno fatto dell’Etruria qualcosa di simile all’attuale area strategica del petrolio. Fra le poche cose di cui deve occuparsi un nobile come Avle c’è la guerra. Guerre contro i Greci, contro i Fenici, i Celti, i Romani, i Siracusani e altri ancora. Quando la pratica bellica viene sospesa, la giornata di Avle comincia con la caccia, attività prettamente aristocratica; seguono gli allenamenti con un maestro d’armi: importante è l’allenamento col carro da guerra (il nobile etrusco combatte generalmente a bordo di un carro seguito da un drappello di fanti). Poi c’è la visita alle coltivazioni. Avle deve decidere se comprare da Laris Huspreche dei campi di farro, ma deve prima consultare gli aruspici, addetti alla divinazione, dai quali si va per ogni sorta di questione. Gli aruspici etruschi hanno riunito in ponderosi libri le diverse arti di prevedere il futuro, libri che saranno consultati anche in età romana per le decisioni di una certa gravità. Tre sono i metodi che utilizzano : l’osservazione della posizione dei fulmini del cielo, il volo degli uccelli e l’aspetto del fegato degli animali sacrificati. Il cielo, come il fegato, è diviso in settori, ciascuno corrispondente all’area di pertinenza di una divinità, in grado di influenzare il destino degli uomini. Oggi Avle ha un impegno importante: un funerale. La vita media, in Etruria, è di 40 anni. Non ci sono vecchi. Prima di arrivare alla processione funebre, Avle butta l’occhio su un gruppo di neonati in vendita (figli di prigioniere dell’ultima guerra). Poi si sofferma davanti a una parata: c’è un carro da guerra con a bordo anche un attore che rappresenta il defunto, seguito dalle maschere dei suoi antenati. In processione appaiono la scure e i fasci, simbolo del potere dell’aristocratico morto. La tomba etrusca riprende in piccolo l’abitazione dei vivi; è destinata ad essere visitata negli anni da amici e parenti del defunto.
La cerimonia finisce con i giochi rituali. Uno di questi, il “phersu”, è terribile: un malfattore, o un semplice prigioniero, viene incappucciato, gli viene legata una mano dietro la schiena e con l’altra deve impugnare una spada per combattere alla cieca contro una belva feroce. Una sorta di sacrificio umano per favorire l’ingresso nell’aldilà del nobile morto. Alcuni studiosi ritengono che il phersu abbia ispirato i giochi gladiatori dei romani. Gli Etruschi, nutrono una vera e propria ammirazione per l’arte greca e lo stile greco, per cui si fanno raffigurare con aria orientaleggiante, originando così l’ipotesi di una possibile provenienza dall’Oriente degli Etruschi, rafforzata dal ritrovamento nell’isola di Lemno, nell’Egeo,di una iscrizione in lingua simile a quella etrusca lasciata da un popolo che pure lavora i metalli. Un’altra ipotesi è che gli Etruschi siano i discendenti di europei che avevano resistito all’invasione dei popoli Kurgan, che diffusero le lingue indoeuropee, alla base di quelle attuali. L’isola di Lemno sarebbe allora per gli Etruschi solo una colonia. Molte divinità greche sono entrate nel Pantheon etrusco, inizialmente popolato da figure dell’aldilà con tratti animaleschi o mostruosi. Charun, il demone traghettatore dei morti, forse mutuato dai Greci, conserva però tutto l’aspetto di un demone. Un etrusco come Avle, appena può, passa dal Tempio di Uni (Era), un centro di contatto importante nella realtà rurale, non solo religioso, che sostituisce il foro delle città greche e romane.
Ma la sua giornata finisce sovente in totale relax, nel simposium, un banchetto in casa, fra amici. Per i Greci, il simposium etrusco è scandaloso, poiché vi partecipano anche le donne, distese sui triclini sotto i mantelli degli uomini, come scrive il cronista greco dell’epoca Teopompo. Ateneo aggiunge che erano grandi bevitrici di vino e, sempre Teopompo, rivela che, nel simposium, si arrivava anche allo scambio di coppia. Ad ogni modo, una cosa sembra certa: le donne etrusche, a differenza di quelle greche, sono libere e hanno importanti diritti, come quello di mantenere il nome di famiglia (hanno infatti un doppio cognome) e di poter ereditare (partecipando così alla concentrazione delle terre e dei mezzi di produzione. Sono state ritrovate anche resti umani di donne col carro o l’ascia del potere. Per quanto concerne la fine della civiltà etrusca, si ritiene che gli Etruschi siano geniali. Infatti, mentre i Romani vogliono rinnovarsi a livello sociale, creando la figura del console popolare, dando progressivamente diritti e libertà agli schiavi,entrando in una decadenza senza fine, gli Etruschi non fanno concessioni alle classi subalterne. Avle,protetto dalle sua tradizione, fa del potere delegato dalle divinità il suo vanto.E vive eternamente amando se stesso,la sua razza,la sua religione.
La campagna etrusca è una tavolozza di colori: campi ordinati e coltivati con le migliori piante di farro e frumento, alberi da frutto, canali d’irrigazione. Una campagna che incanta anche i viaggiatori greci e attira persone libere, disposte a lavorare come schiavi, ma con uno status simile ai “clientes” romani, in cambio della protezione dei “principes” etruschi. Come riferiscono i cronisti greci, gli schiavi stessi, anche nei campi, sono puliti, vestiti dignitosamente e non trattati poi così male. Altra forza dell’economia etrusca è il ferro. Si estrae nell’Isola d’Elba. I centri metallurgici di Populonia, Massa Marittima e Arezzo, dove si fabbricano anche armi, hanno fatto dell’Etruria qualcosa di simile all’attuale area strategica del petrolio. Fra le poche cose di cui deve occuparsi un nobile come Avle c’è la guerra. Guerre contro i Greci, contro i Fenici, i Celti, i Romani, i Siracusani e altri ancora. Quando la pratica bellica viene sospesa, la giornata di Avle comincia con la caccia, attività prettamente aristocratica; seguono gli allenamenti con un maestro d’armi: importante è l’allenamento col carro da guerra (il nobile etrusco combatte generalmente a bordo di un carro seguito da un drappello di fanti). Poi c’è la visita alle coltivazioni. Avle deve decidere se comprare da Laris Huspreche dei campi di farro, ma deve prima consultare gli aruspici, addetti alla divinazione, dai quali si va per ogni sorta di questione. Gli aruspici etruschi hanno riunito in ponderosi libri le diverse arti di prevedere il futuro, libri che saranno consultati anche in età romana per le decisioni di una certa gravità. Tre sono i metodi che utilizzano : l’osservazione della posizione dei fulmini del cielo, il volo degli uccelli e l’aspetto del fegato degli animali sacrificati. Il cielo, come il fegato, è diviso in settori, ciascuno corrispondente all’area di pertinenza di una divinità, in grado di influenzare il destino degli uomini. Oggi Avle ha un impegno importante: un funerale. La vita media, in Etruria, è di 40 anni. Non ci sono vecchi. Prima di arrivare alla processione funebre, Avle butta l’occhio su un gruppo di neonati in vendita (figli di prigioniere dell’ultima guerra). Poi si sofferma davanti a una parata: c’è un carro da guerra con a bordo anche un attore che rappresenta il defunto, seguito dalle maschere dei suoi antenati. In processione appaiono la scure e i fasci, simbolo del potere dell’aristocratico morto. La tomba etrusca riprende in piccolo l’abitazione dei vivi; è destinata ad essere visitata negli anni da amici e parenti del defunto.
La cerimonia finisce con i giochi rituali. Uno di questi, il “phersu”, è terribile: un malfattore, o un semplice prigioniero, viene incappucciato, gli viene legata una mano dietro la schiena e con l’altra deve impugnare una spada per combattere alla cieca contro una belva feroce. Una sorta di sacrificio umano per favorire l’ingresso nell’aldilà del nobile morto. Alcuni studiosi ritengono che il phersu abbia ispirato i giochi gladiatori dei romani. Gli Etruschi, nutrono una vera e propria ammirazione per l’arte greca e lo stile greco, per cui si fanno raffigurare con aria orientaleggiante, originando così l’ipotesi di una possibile provenienza dall’Oriente degli Etruschi, rafforzata dal ritrovamento nell’isola di Lemno, nell’Egeo,di una iscrizione in lingua simile a quella etrusca lasciata da un popolo che pure lavora i metalli. Un’altra ipotesi è che gli Etruschi siano i discendenti di europei che avevano resistito all’invasione dei popoli Kurgan, che diffusero le lingue indoeuropee, alla base di quelle attuali. L’isola di Lemno sarebbe allora per gli Etruschi solo una colonia. Molte divinità greche sono entrate nel Pantheon etrusco, inizialmente popolato da figure dell’aldilà con tratti animaleschi o mostruosi. Charun, il demone traghettatore dei morti, forse mutuato dai Greci, conserva però tutto l’aspetto di un demone. Un etrusco come Avle, appena può, passa dal Tempio di Uni (Era), un centro di contatto importante nella realtà rurale, non solo religioso, che sostituisce il foro delle città greche e romane.
Ma la sua giornata finisce sovente in totale relax, nel simposium, un banchetto in casa, fra amici. Per i Greci, il simposium etrusco è scandaloso, poiché vi partecipano anche le donne, distese sui triclini sotto i mantelli degli uomini, come scrive il cronista greco dell’epoca Teopompo. Ateneo aggiunge che erano grandi bevitrici di vino e, sempre Teopompo, rivela che, nel simposium, si arrivava anche allo scambio di coppia. Ad ogni modo, una cosa sembra certa: le donne etrusche, a differenza di quelle greche, sono libere e hanno importanti diritti, come quello di mantenere il nome di famiglia (hanno infatti un doppio cognome) e di poter ereditare (partecipando così alla concentrazione delle terre e dei mezzi di produzione. Sono state ritrovate anche resti umani di donne col carro o l’ascia del potere. Per quanto concerne la fine della civiltà etrusca, si ritiene che gli Etruschi siano geniali. Infatti, mentre i Romani vogliono rinnovarsi a livello sociale, creando la figura del console popolare, dando progressivamente diritti e libertà agli schiavi,entrando in una decadenza senza fine, gli Etruschi non fanno concessioni alle classi subalterne. Avle,protetto dalle sua tradizione, fa del potere delegato dalle divinità il suo vanto.E vive eternamente amando se stesso,la sua razza,la sua religione.
domenica 31 gennaio 2010
lost
svanisci insieme alla tua stupida sincerità
– mi consiglia Kriu Morine –
solo ciò che è stupido naviga nell’universo.
sabato 30 gennaio 2010
canto ritmico
La mente colma di antipensiero
lavora tranquilla
preparando i campi alla semina
delle scemenze umane
30
Niente poesia stasera
ma tanti movimenti di arti
e corteccia cerebrale
Katliu Hansina -
La tradizione Principe,
non è il culto delle ceneri
non è il culto delle ceneri
- mi sussurra Katliu Hansina -
ma la trasmissione del fuoco.
asfodeli e vento a Poggio Buco
Poggiobuco è uno dei luoghi etruschi più scientificamente devastati,dissacrati e rapinati. Una vera industria del crimine addetta al trafugamento di reperti archeologici vi si insediò fino dagli anni del primo dopoguerra. Recintato e protetto dalle Soprintendenze laziali e toscane, una finta impresa agricola ha lavorato per decenni senza soste recuperando tesori che,ufficialmente,
hanno avuto diversa destinazione: alcuni nuclei sono approdati ai musei di Berlino, della California, di Philadelphia e di Chicago, altri sono rimasti in Italia e si trovano al Museo Archeologico di Firenze e al Museo della Civiltà etrusca di Pitigliano.Poi,finito il lavoro, l'abbandono. Agghiacciante abbandono.
La parte più cospicua dei rinvenimenti è costituita dalla ceramica, che spazia dalle produzioni a decorazione geometrica, al bucchero, alla ceramica etrusco-corinzia.
Ora solo vento e asfodeli annunciano
nuove tremende e invisibili scoperte.
hanno avuto diversa destinazione: alcuni nuclei sono approdati ai musei di Berlino, della California, di Philadelphia e di Chicago, altri sono rimasti in Italia e si trovano al Museo Archeologico di Firenze e al Museo della Civiltà etrusca di Pitigliano.Poi,finito il lavoro, l'abbandono. Agghiacciante abbandono.
La parte più cospicua dei rinvenimenti è costituita dalla ceramica, che spazia dalle produzioni a decorazione geometrica, al bucchero, alla ceramica etrusco-corinzia.
Ora solo vento e asfodeli annunciano
nuove tremende e invisibili scoperte.
venerdì 29 gennaio 2010
mi dice Larisa Tular
Qualcuno tornerà Principe per sentire la tua voce - mi dice Larisa Tular - Per dirti che la vita è un gioco in mezzo ai prati,che il tempo non ha fine se vivi per qualcuno. Qualcuno tornerà per amarti tutti i giorni.
reflex
Guardo Il Piccolo Airone che ha appena calpestato
le Tracce del Fulmine
Rivelando le Impronte Riflesse sul Lago...
Rivelando le Impronte Riflesse sul Lago...
Larisa Tular svanisce
Si tratta di passare da zero a zero - conclude Larisa Tular svanendo - E’ la vita – Dall’incosciente e dall’insensibile all’incoscienza ed all’insensibilità.
selva di Malano - Bomarzo
È una vasta superficie a tratti boscosa o coltivata, molto accidentata, piena di dirupi e di enormi blocchi vulcanici di peperino staccatisi dai cigli della piattaforme o colline superiori rovinati in basso. I suoi confini sono all’incirca limitati a nord dal fiume Vezza che tutta l’attraversa per gettarsi nel Tevere, ad ovest e a sud dalla strada Vitorchiano-Pallone e ad est dalla provinciale Orfana. La caratteristica principale di questa zona che racchiude cimeli archeologici dalla Preistoria al basso medioevo è quello di un costante sfruttamento e utilizzazione diversa dei massi di peperino che ovunque la costellano. È in fondo, la stessa tecnica dei rinascimentali Mostri di Bomarzo che viene ad essere applicata decine di secoli prima a scopi religiosi, funebri, civili, della vita e del lavoro quotidiano. I Mostri sono l’ultimo clamoroso esempio di questo sistema.È stato osservato che in questo comprensorio si ha la massima concentrazione di are rupestri pagane (F.Prayon) e di epigrafi, sempre rupestri, latine oggi conosciuta nei paesi mediterranei.
S.Nicolao.
La località prende il nome dalla diruta chiesa medievale di S.Nicola che si trova nella valle sottostante il pianoro Sterpeta. Già sull’estremo punto settentrionale di questo pianoro che si affaccia sulla valle del torrente Serraglio sono raggruppati numerosi resti antichi. Si tratta di fondi di capanne, pozzi, vasche, abitazioni e ripostigli scavati nella roccia, di un villaggio rupestre difeso da una cinta muraria in rovina e da un vallo che la precede.
La chiesa di S.Nicolao venne eretta spianando la parte superiore di un gran masso. In basso, già nel periodo romano, vi erano state ricavate tre tombe pagane di cui due a camera; una di loro è decorata da pilastri ed un siperiore frontone con al centro un piccolo rosone ed è in parte rovinata dall’attuale ingresso fatto posteriormente. Vicino vi è una nicchia arcuata contenetenteuna fossetta per la deposizione dell’urna cineraria sormontata dall’iscrizione: Heros / v(ixit) / a(nnos) XXV. Attorno al macigno si notano tracce di costruzioni e sepolture per lo più cristiane. A poca distanza vi sono altri massi con fossette per urne cinerarie, vasche ed epigrafi latine funerarie di notevole interesse tra cui quella di due liberti, Dama e Rufam, nella quale appare in gentilizio Urinatius di chiara origine etrusca attestato nella necropoli rupestre di Castel d’Asso e in quella della prossima necropoli di Pian della Colonna. (vedi Bomarzo).
Rimarchevoli: un grande blocco di peperino trasformato in un cubo monolitico lavorato a finto bugnato e modanato alla base; un masso di forma ovoidale con dieci gradini che portano verso la cima dove sono state ricavate tre are dedicate forse alla triade etrusca: Tinia-Uni-Menrva, oggi in parte rovinate, ed un macigno, ora capovolto, scavato internamente per creare una cameretta contenente due sarcofagi scolpiti dal vivo della pietra stessa. Uno dei sarcofagi sul lato frontale presenta una scena con uomini ed animali, ma molto rovinata e per questo non ben leggibile. Varie sono le iscrizioni ritrovate, tutte in lingua latina, per lo più di carattere funerario classiche, ma alcune con caratteri arcaici.
Non mancano le pestarole, vasche ricavate nei massi o nella roccia disposte su piani diversi ed intercomunicanti create per la prima lavorazione del vino: la pigiatura.(Vedi Corviano).
Tra il torrente Vezza ed il Serraglio suo affluente, si trovano poi numerose tombe a camera ed altere a fossa sempre ricavate nella roccia aventi la caratteristica di essere sagomate a forma umana (tombe antropomorfe).
Tra il torrente Vezza ed il Serraglio suo affluente, si trovano poi numerose tombe a camera ed altere a fossa sempre ricavate nella roccia aventi la caratteristica di essere sagomate a forma umana (tombe antropomorfe).
In questa zona, posta ad ovest di S.Nicolao, uno dei monumenti più importanti è un grande cubo monolitico di pietra vulcanica lavorata; ha una scaletta ricavata nel lato sinistro che porta sulla sommità fornita di un piccolo parapetto creato a risparmio nella roccia; ul piano è incisa una sorta di croce che viene interpretata come riferimento ai punti cardinali sebbene da essi abbia una leggera deviazione. È chiamato il Sasso del Predicatore; probabilmente era legato al culto e per i segni incisi poteva anche essere un auguraculum.
Nei pressi vi sono delle tombe a fossa antropomorfe; tombe etrusche a camera con il soffitto a doppio spiovente e lavorato a rilievo con columen e travicelli; altri macigni variamente utilizzati con tombe antropomorfe, iscrizioni latine, are, fossette per urne cinerarie, tombe a camera di vario tipo, sarcofagi e pestarole.
Tra tante utilizzazioni degna di nota è la cosiddetta Tomba del Re e della Regina. Si tratta di un enorme blocco di roccia entro il quale è stata ricavata una piccola camera che ha sul pavimento deu loculi di diversa lunghezza.
Purtroppo tutte le tombe sono state ritrovate prive di corredo funebre e ciò impedisce di stabilirne con certezza la cronologia.
Le iscrizioni latine seppure consentono di fissare qualche data per i manufatti nei quali sono incise, tuttavia per la gran parte dei monumenti non hanno alcun valore cronologico. Possiamo arguire che la maggioranza di essi risalgano all’epoca romana, tardo-repubblicana e imperiale, ma su molti resti per lo più singolari – tombe antropomorfe – permane l’incognito scientifico. Tra le epigrafi conosciute ha una certa importanza soprattutto per le recenti ipotesi di ubicazione della città di Statonia nel territorio di Bomarzo, quella di Caio Anicio che fu quadrunviro di questo centro etrusco e poi romano.
In località Poggiarello si trovano fondi di capanne e due monumenti preistorici di tipo dolmenico identici fra loro. Posti a pochi metri metri di distanza l’uno dall’altro, consistono in un masso ovoidale di peperino inclinato sopra una sporgenza del suolo. Si vedono anche i resti di una cinta muraria etrusca in opera quadrata e varie tombe a fossa scavate nel suolo roccioso del tipo antropomorfo. Molto interessante il monumento funebre eretto su un macigno di peperino da M. Larcio (famiglia di origine etrusca) appartenente alla tribù Stellatine la cui epigrafe è racchiusa entro una tabella ansata (I sec a.C.).
Rimangono sempre sconosciuti i motivi per cui gruppi di persone abbiano abitato con una evidente continuità queste valli, ricche sì di acqua, ma con alta umidità e poca terra fertile, quando, appena qualche centinaio di metri al di sopra si estendevano pianori liberi e ubertosi. Se una qualche giustificazione si può trovare per i tempi pericolosi delle invasioni barbariche e dei secoli successivi quando un tale isolamento poteva dare una certa sicurezza di vita, non si comprendono invece gli insediamenti del periodo etrusco e romano.
Comunque la vita in questi luoghi si esaurì nel corso del tardo Medioevo; da allora la presenza umana si limitò, come ancora dai centri abitati vicini
giovedì 28 gennaio 2010
Lucumone di Vhelatri
si dipinge bene il proprio cuore
soltanto attribuendolo a un altro
- sospira Calisna Sepu,Lucumone di Vhelatri
Larth Calisna Sepu
Le persone si riconoscono dall'anima.. - mi dice Calisna Sepu - da quanto sono profondi i pensieri.. da come taglia il dolore nei loro cuori.. le persone si riconoscono dalla loro assenza..dal loro ritorno.. dal silenzio attorno a loro..quando gli altri non sanno..non vedono.. le persone ti sorridono con gli occhi anche se non hanno sguardi..ti parlano con sensazioni..con leggere intonazioni dello spirito..
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